Poletti, la Fornero e le considerazioni {maldestre} su lavori e lauree {altrui}

26 Novembre 2015. Sono in macchina. Sta per cominciare l’approfondimento ON AIR della radio su cui sono sintonizzata. L’abitacolo, dopo essere stato pervaso dal nuovo {e struggente} singolo di Adele, Hello, è ora invaso da varie pubblicità. Traffico. Freddo. Pioggia. Parte l’annuncio dello speaker, sta per iniziare il TG radiofonico.

“Ha destato accese polemiche la dichiarazione fatta dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti alla Convention ‘Job&Orienta’ a Verona, secondo cui prendere «110 e lode a ventotto anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a ventuno anni» […] Queste considerazioni hanno creato scalpore soprattutto considerando il curriculum del Ministro, il quale non risulta essere laureato in alcunché…”

Eh? Cosa? No, un attimo. “110 e lode a ventotto anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a ventuno anni”. Me lo ripeto diverse volte, per assimilare meglio l’opinione del Ministro.

Uhm.. Dunque secondo Poletti sarebbe meglio sbrigarsi, studiare in modo approssimativo e superficiale, prendere voti bassi per poi “laurearsi male, alla svelta” {come ha scritto e fatto giustamente notare Marco Furfaro} anziché eventualmente dedicare maggior tempo e dedizione ad una istruzione approfondita e seria? Ergo correre, correre, correre e basta. Questo sembra essere il nuovo Must, l’Imperativo Categorico da perseguire a tutti i costi. Velocità. Celerità senza ‘se’ e senza ‘ma’.

Per giunta, chi ha detto ciò non è nemmeno laureato.

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Come direbbero a Roma.. “Ma che, davero?”. Approfitto del semaforo momentaneamente rosso dell’incrocio in cui mi trovo per una rapida ricerca. Afferro il fido smartphone e digito il nome del Ministro su Google. Apro la pagina Wikipedia a lui dedicata e.. Poletti è Perito agrario. Solo Perito agrario. E ha detto ‘sta cosa.

Nessuna novità, farebbe notare qualcuno, in quanto anche altri due Ministri dell’attuale Governo Renzi {per la cronaca, il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin e quello della Giustizia Pietro Orlando} son “Dottori”. Ok, d’accordo, però almeno {finora!} su questo argomento non hanno mai espresso considerazioni. E ci mancherebbe! E’ come se Enrico Mentana iniziasse a pontificare su come, in cosa ed entro quando giornaliste e giornalisti dovrebbero laurearsi. Per la cronaca, nessuno ha mai cantato nemmeno a lui il simpatico motivetto riservato ai neo Dottori e Dottoresse, intonato solitamente dopo la proclamazione {per chi non lo conoscesse, è questo: https://www.youtube.com/watch?v=GvCbOEk6tGM } perché appunto anche Mentana non ha mai conseguito una Laurea.

E invece no, in questo caso evidentemente Poletti proprio non ha resistito.
Continuo a leggere la sua bio: “Iscritto inizialmente al Partito Comunista Italiano, è stato assessore comunale all’Agricoltura e alle Attività Produttive di Imola dal 1976 al 1979. Dal 1982 al 1989 è stato segretario imolese del PCI. Successivamente è entrato nel Consiglio della Provincia di Bologna per il PDS. In seguito allo scioglimento di quest’ultimo non si è più iscritto ad alcun partito: tutt’oggi risulta indipendente. […] Dal 2002 è presidente di Legacoop Nazionale.”

Punto uno. Potrei al limite capire se la valutazione in questione fosse stata formulata da qualcuno con un Curriculum eccelso e mostruoso da far rabbrividire, però insomma… Con tutto il sacrosanto rispetto, ma da quale pulpito?

Punto due. Indubbiamente sarebbe auspicabile laurearsi con lode nelle tempistiche stabilite, poi magari trovare il lavoro dei propri sogni, non essere manco per un attimo in balia del precariato sociale in cui invece siamo immersi fino alla cima dei capelli e così vissero tutt* felici e content*. Magari! Ma, come canterebbe il buon Max Pezzali, “la vita non è proprio così; a volte è complicata come una lunga corsa ad ostacoli”.

Punto tre. E se una persona è dislessica e impiega il quadruplo del tempo per leggere {dunque complessivamente per sostenere esami ed infine giungere all’agognata Laurea}, vale meno? E se una persona inizia l’Università ma successivamente non riesce più a permettersela economicamente? E se dopo un po’ scopre una nuova passione e comincia a dedicarvisi trascurando per diverso tempo il cammino originariamente scelto? E se questo ragazzo, questa ragazza avesse accantonato per qualche mese o anno il proprio percorso per far fronte a imprevisti problemi personali, familiari o gravi impedimenti in generale, per poi tornare a studiare ed infine laurearsi proprio a 28 anni?

Troppo, troppo facile giudicare.

La pioggia in macchina diventa più battente. Sembrano essersi incavolate anche le nuvole. Arrivo a casa. Parcheggio e scendo. Apro l’ombrello e mentre rincaso penso a tutti gli altri ‘attacchi’ scriteriati scagliati finora nei confronti delle giovani e dei giovani italiani da vari politici nostrani.

In principio fu Padoa Schioppa {“Bamboccioni”}, poi fu la volta di Martone {“Sfigati”} seguito a ruota da Elsa Fornero {“Choosy”, alias “schizzinosi”}. Tra loro, anche la ‘meteora tecnico-politica’ Monti {il quale con un tono davvero irritante, irrisorio e quasi sprezzante ebbe a dire: “I giovani devono abituarsi: non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita!” aggiungendo poi, probabilmente per aggiustare il tiro, “E’ più bello cambiare e accettare nuove sfide purché siano in condizioni accettabili”}
Anche Anna Maria Cancellieri, Ministro dell’Interno insieme alla Fornero e a Monti a suo tempo, rincarò la dose: “I giovani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà”.

Calza ora a pennello questo breve stralcio tratto da un articolo pubblicato da Andrea Enrici sul sito ‘www.termometropolitico.it’:

Bamboccioni: Gli italiani vivono nella casa dei genitori fino a trent’anni, mentre in gran parte d’Europa si lascia il tetto materno con l’inizio dell’Università. Mentre, però, in Italia un mediocre Ateneo pubblico può costare, per le sole tasse, anche 3000€, in Francia e nella ricca Germania si arriva raramente a pagare più di 500€ all’anno. C’è un “welfare” riservato agli studenti (l’accesso ai mezzi di trasporto incluso nelle spese di immatricolazione, i “mini-job”) mancante nel Belpaese dove, al contrario, i “fuorisede” devono spesso pagare sproporzionati affitti in nero a speculatori della cui esistenza tutti sono a conoscenza ma su cui nessuno interviene seriamente.

Choosy: Chi, avendo in mano una Laurea o un dottorato, rinuncia ad offerte per lavori sottopagati o si rifiuta di fare il muratore o la centralinista è, tecnicamente, schizzinoso. Ma è umanamente biasimabile?

[…] E per i bamboccioni choosy e sfigati non c’è alternativa: si resta e ci si accontenta, seguendo il consiglio della Fornero, o si lascia il Paese, “lo si abbandona, lo si ripudia, con dolore” (Michele Smargiassi, ‘Cara Italia ti scrivo’, La Repubblica, 22 ottobre 2010).

Ottima analisi. A cui potremmo aggiungere dei brevi messaggi facilmente reperibili sul web indirizzati proprio alla Fornero. Qualche esempio?

“Cara Fornero, non sono troppo choosy: sono laureato in Lettere e lavoro in un Call Center.”

“Sono una studentessa universitaria e ho un sogno: diventare giornalista. Ho diverse collaborazioni e il guadagno è minimo: non sono choosy ma sfruttata, in Italia funziona così.”

“Cara Elsa, nemmeno io sono troppo choosy: sono laureato in Archeologia e consegno pizze.”

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A tal proposito, mi tocca addirittura citare il quotidiano Libero {argh!}:“I ragazzi non sono abbastanza umili. Parola di Elsa Fornero. Beh, se un esponente del governo dei Prof considera i giovani italiani troppo schizzinosi nella scelta del primo impiego, vorrà dire che i figli dei suddetti Prof avranno avuto un’umiltà esemplare, quasi francescana, nel cercare lavoro. Si saranno accontentati. Sarà andata così, no? No.”

La figlia Silvia è da tempo “piazzata” presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Torino, nello stesso ateneo dove sia la Fornero sia suo marito, dunque padre della suddetta {l’economista Mario Deaglio}, son Professori ordinari.

Laureatasi in Medicina a 24 anni, si è poi specializzata in Oncologia nel 2002 e ha conseguito un Dottorato in genetica umana nel 2006.

Il concorso è andato a vincerlo nella facoltà di Psicologia di Chieti, nel 2010, per poi essere chiamata nell’ottobre del 2011 a Torino, “l’Università di famiglia” {come sarcasticamente è stato apostrofato l’Ateneo piemontese dal Corriere della Sera in un articolo dedicato proprio a Silvia Deaglio}, diventando ‘associata’ sei anni in anticipo rispetto alla media d’ingresso dei Professori di prima fascia. Alcune sue ricerche per conto della HuGeF {fondazione attiva nel campo della genetica, genomica e proteomica umana} sono state finanziate dalla Compagnia di Sanpaolo, prima azionista della Banca Intesa Sanpaolo, di cui sua madre è stata Vicepresidente.

Insomma, lavoretti umili e non aventi nulla a che fare con la propria famiglia, svolti lontano da mamma e papà, come funziona per tutt*. Proprio come sostiene la Cancellieri, eh.

Ecco, non so se la gravità di talune affermazioni risieda più nella sostanza delle stesse o più nella loro provenienza, ossia considerando chi le ha formulate. Chi, accidenti, proprio non dovrebbe aprir bocca su certe questioni, non avendo alle spalle un esempio cristallino da poter ostentare per avallare le proprie tesi.

Ad ogni modo, Robert Green Ingersoll direbbe a Poletti, alla Fornero e a tutti loro: “È mille volte meglio avere buonsenso senza istruzione anziché avere istruzione senza buonsenso”. Soprattutto, aggiungo io, il buonsenso di tacere quand’è opportuno.

Chiara GreyPen

 

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Sarà davvero Buona Scuola? In attesa della (ennesima) Riforma, la storia della scuola italiana in 140 pagine

“La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori.”. Queste magnifiche parole sono state partorite dalla penna dello scrittore Erri De Luca.

Libro MeleDopo aver letto il libro dedicato alla storia della scuola italiana scritto da Giorgio Mele, due volte Senatore della Repubblica e membro della Commissione Istruzione del Senato, viene subito da pensare a questa splendida frase. Proprio questo spirito traspare dalle righe del testo “Per la scuola di tutti”, appassionata ricostruzione di una delle istituzioni fondanti (perlomeno, così dovrebbe essere) del nostro Paese.

Ultimamente la scuola italiana è balzata in cima ai dibattiti nazionali in seguito alla presentazione del Disegno Di Legge definito “La Buona Scuola” da parte del Governo Renzi, approvato il 20 Maggio scorso dalla Camera dei Deputati. Polemiche, un massiccio Sciopero avvenuto il 5 Maggio, annunci, rettifiche. La palla è successivamente passata al Senato, ove il 25 Giugno con 159 ‘Sì’ e 112 ‘No’ i senatori hanno posto la fiducia richiesta dal Governo sul DDL. Ora quest’ultimo tornerà alla Camera per l’approvazione definitiva.

In attesa dell’ennesima Riforma, è interessante scoprire come nel tempo la scuola italiana si sia andata evolvendo.

Dal Regio Decreto firmato da Boncompagni nel 1848, base della futura Legge Casati, alle novità introdotte dalla Legge Coppino, dalla nomina a Ministro della Pubblica Istruzione di Benedetto Croce da parte di Giolitti durante il Regno d’Italia a quella di Giovanni Gentile, chiamato a ricoprire questo ruolo da Mussolini durante il ventennio fascista, dalla riforma della scuola media unica del 1962 e dai grandi movimenti nati nel ’68 alle contestate controriforme dei ministri Letizia Moratti e Mariastella Gelmini nonché alla recente offensiva liberista nei confronti della scuola pubblica, Mele traccia un accurato dipinto della storia della scuola italiana.

Una cosa è certa: la scuola è un patrimonio nonché un cardine della società democratica. Essa appartiene a tutti. Le moderne democrazie sono fondate sul principio di uguaglianza. Mele denuncia la messa in discussione dell’universalismo dei diritti da parte di talune forze politiche e non, la quale potrebbe minare proprio le basi delle suddette. Insomma, senza uguaglianza non esiste democrazia.

Mele cita anche Gustavo Zagrebelsky, noto giurista italiano. Giudice costituzionale dal 1995 al 2004, è stato anche Presidente della Corte costituzionale nel 2004. Per Zagrebelsky la democrazia senza uguaglianza diventa un regime. Egli afferma senza mezzi termini: “Senza uguaglianza, la libertà vale come garanzia di prepotenza dei forti, cioè come oppressione dei deboli. Senza uguaglianza, la società, dividendosi in strati, diventa gerarchia.” Il giurista nota quanto senza uguaglianza i diritti possano mutare la loro natura: trasformandosi in privilegi per chi si trova in alto nella scala sociale e concessioni o carità per chi invece si trova in basso.

Mele, dopo averlo citato ampiamente, si aggancia alla riflessione avanzata da Zagrebelsky per ammonire ulteriormente i lettori ricordando quanto, senza uguaglianza, anche il diritto all’istruzione possa trasformarsi in privilegio per chi può permettersi una costosa scuola privata e, invece, in concessione e carità per chi non appartiene ai ceti privilegiati, con la conseguente dequalificazione della scuola pubblica.

Mele insiste sulla fondamentale importanza delle politiche miranti all’estensione dei diritti in quanto contribuiscono indubbiamente e notevolmente a creare la cosiddetta “uguaglianza delle opportunità”.
Insomma, un testo esemplificativo, esauriente ed esplicito. Chiaro, chiarissimo nel messaggio finale, costituito da un’ultima appassionata arringa a difesa della scuola pubblica. La scuola non può sempre cancellare alcune tra le più gravi ed inaccettabili ingiustizie sociali, ma può e deve provare a insegnare l’irrinunciabile valore dell’uguaglianza. Il valore del Pari, per usare le parole dello scrittore De Luca.

D’altronde, come ebbe a dire Giovanni Leone, “Non basta mandare i figli a scuola, bisogna accompagnarli sulla via degli studi, bisogna costruire giorno per giorno in essi la consapevolezza che a scuola si va non per conquistare un titolo, ma per prepararsi alla vita.”

 

Chiara GreyPen

twitter.com/GreyPen
BuonaScuola

 

 

 

 

 

 

Articolo pubblicato sul quotidiano La Città

Pensieri del cuore

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C’è sempre una paura, un dubbio, un pensiero che ti blocca.
Quel timore di non andare bene, di essere di troppo e non essere comunque abbastanza.
C’è sempre qualcosa che non va, nonostante vorresti andasse.
E ti stupisci, tutto è nuovo.
E ti stranisci, tutto è più bello.
Non ragioni, ed anche se ti sforzi di capire, non comprendi.
Dici una cosa ma ne vorresti dire un’altra. O non la dici, ma poi pesa.
E non ti piace avere il cuore pesante, tu che ora ti senti libera come una farfalla.
Quante contraddizioni, quanta fatica, confusione, ansia.
È così quando inizi a pensare e non capire.
Che poi da capire non c’è un bel niente. Che le sensazioni non le spieghi, le emozioni non le descrivi.
Non puoi, come fai?
È così quando stai per ricascarci.
Così quando sei lì lì dall’innamorarti.
Così come un fiore che sboccia dove meno te lo aspetti.
È così… un cuore di donna.

S.M.

•Twitter: @simominou

stai con le Femen o con il Papa?

“Stai con le Femen o stai con il Papa?”
Ma.. Perché questa domanda? Cos’è successo?

Andiamo per ordine.

Il gruppo Femen è nato in Ucraina nel 2008. E’ diventato presto famoso, sostengono alcuni, non tanto per il contenuto delle loro proteste, quanto per la forma con cui queste ultime vengono portate avanti.

La loro arma contro il turismo sessuale, il sessismo e le discriminazioni sociali è il topless. Sì, le tette. Uno dei loro obiettivi dichiarati è “aumentare le capacità morali ed intellettuali delle giovani donne ucraine per opporsi al sessismo nel paese ed al turismo sessuale”.

A tal proposito, Anna Hutsol, la fondatrice dell’Organizzazione, ha dichiarato: “Il femminismo tradizionale qui in Ucraina non avrebbe attecchito, né con le donne né con la stampa, né tanto meno con la società.”

Il seno al vento serve affinché «le persone possano vedere che non abbiamo armi, eccetto i nostri corpi.» In un mondo appartenente agli uomini pare sia uno dei pochi metodi validi ed efficaci per provocarli e catturarne l’attenzione. «Non nascondiamo i nostri corpi, né i nostri volti.»

 

Anna Hutsol

 

Ecco alcune loro proteste.

21 agosto 2009: Protesta davanti all’ambasciata afghana a Kiev contro una legge che permette agli uomini sciiti di negare alle loro mogli ogni tipo di appoggio se non soddisfano le loro richieste sessuali. Per la prima volta un’attivista Femen, Oksana Shachko, protesta in topless.

31 luglio 2009: Manifestazione contro il dilagare della prostituzione in Ucraina.

17 marzo 2010: Protesta contro la mancanza di rappresentanti del sesso femminile nel governo di Kiev.

4 febbraio 2011: Protesta a Kiev, in Ucraina, contro il presidente ucraino Viktor Janukovyč per le sue politiche sessiste e discriminatorie.

12 gennaio 2012: Protesta contro il turismo sessuale in India.

13 febbraio 2012: Protesta presso la sede della Gazprom a Mosca contro il prezzo del metano russo.

24 febbraio 2012: Protesta a Milano contro il mondo della moda.

2 marzo 2012: Manifestazione a Vienna per i diritti delle donne.

4 marzo 2012: Protesta contro il capo del governo russo Vladimir Putin.

8 marzo 2012: Protesta a Istanbul contro le violenze sulle donne.

31 marzo 2012: Protesta sulla Tour Eiffel a Parigi contro la situazione delle donne nell’Islam.

20 giugno 2012: Protesta a Kiev contro l’aumento della prostituzione in Ucraina causato dal Campionato europeo di calcio 2012.

2 agosto 2012: Protesta a Londra contro gli Stati che applicano la Sharia

13 gennaio 2013: Manifestazione a Città del Vaticano in occasione dell’Angelus, per manifestare a favore dei diritti delle persone omosessuali.

24 febbraio 2013: Tre ragazze a seno scoperto contestano l’ex premier italiano Silvio Berlusconi all’entrata del seggio allestito nella scuola “Dante Alighieri” in via Scrosati a Milano, in occasione delle elezioni politiche.

1º marzo 2013: La tunisina Amina Tyler diffonde in rete su Facebook una fotografia a seno nudo in cui la ragazza rivendica l’appartenenza del corpo delle donne alle donne stesse e non agli uomini. In seguito ha ricevuto minacce da parte dei Salafiti, i quali ne hanno chiesto la lapidazione.

 

 

Epperò. Fin qui tutto ok. Anzi, come non condividere le iniziative di cui sopra? Non vedo perché scandalizzarsi e non appoggiarle. Centinaia di migliaia di donne hanno sfilato mezze nude per ottenere la parità dei diritti negli anni ’50.

Però… C’è un ‘Però’. Bello grosso, pure.

In pratica il 13 Novembre cinque Femen hanno fatto irruzione in diretta durante la trasmissione AnnoUno, condotta da Giulia Innocenzi su La7. Con il “classico” seno nudo, una delle attiviste ha dichiarato: “I nostri diritti sono in pericolo. Siamo qui per rivendicare la Laicità, la separazione tra Stato e Chiesa”. Il tutto contro l’intervento previsto e poi tenuto da Papa Francesco al Parlamento Europeo il 25 Novembre, tra l’altro Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.

Fin qui, tutto “regolare”.

Il giorno seguente, il 14 Novembre, tre Femen sono arrivate in Piazza San Pietro e a un certo punto, dopo essersi spogliate, hanno ‘mimato gesti osceni con alcuni crocefissi’, come riportano alcune testate nazionali. Sempre per i motivi di cui sopra.
Detto in soldoni, per poco non se lo sono ficcate inside.
Femen

 

Ecco. No, questo no. Non tanto perché io sia una fervente credente o roba simile, anzi. Semplicemente… ‘Il Troppo Storpia’. Questi atti svuotano e sviliscono il messaggio stesso, perché sono eccessivamente volgari. Le provocazioni estreme sono totalmente controproducenti.
Roberto Gervaso, ne Il Grillo Parlante del 1983 scrisse: “Bisogna far qualcosa, ma senz’esagerare.” Loro, a ‘sto giro, hanno decisamente esagerato.

Ad ogni modo perché sto anche dalla parte del Papa? Perché non si può non essere d’accordo con alcune sue parole pronunciate davanti ai Deputati di Strasburgo.

Eccone uno stralcio.

 

Pope Francis addresses the European Parliament in Strasbourg

« […] Oggi la promozione dei diritti umani occupa un ruolo centrale dell’Unione Europea. Si tratta di un impegno importante e ammirevole, poiché persistono fin troppe situazioni in cui gli esseri umani sono trattati come oggetti, dei quali si può programmare la concezione, la configurazione e l’utilità, e che poi possono essere buttati via quando non servono più, perché diventati deboli, malati o vecchi.

[…] Affermare la dignità della persona significa riconoscere la preziosità della vita umana, che ci è donata gratuitamente e non può perciò essere oggetto di scambio o smercio. Voi, nella vostra vocazione di parlamentari, siete chiamati anche a una missione grande benché possa sembrare inutile: prendervi cura della fragilità, della fragilità dei popoli e delle persone.

Mettere al centro la persona umana significa anzitutto lasciare che essa esprima liberamente il proprio volto e la propria creatività, sia a livello di singolo che di popolo.

L’Europa è sempre stata in prima linea in un lodevole impegno a favore dell’ecologia. Questa nostra terra ha infatti bisogno di continue cure e attenzioni e ciascuno ha una personale responsabilità nel custodire il creato. […] Ciò significa da un lato che la natura è a nostra disposizione, ne possiamo godere e fare buon uso; dall’altro però significa che non ne siamo i padroni. Custodi, ma non padroni. La dobbiamo perciò amare e rispettare, mentre invece siamo spesso guidati dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non la “custodiamo”, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura.

Rispettare l’ambiente significa però non solo limitarsi ad evitare di deturparlo, ma anche di utilizzarlo per il bene. Penso soprattutto al settore agricolo, chiamato a dare sostegno e nutrimento all’uomo. Non si può tollerare che milioni di persone nel mondo muoiano di fame, mentre tonnellate di prodotti alimentari vengono scartate ogni giorno dalle nostre tavole.

Inoltre, l’uomo stesso è parte fondamentale della Natura. Accanto ad un’ecologia ambientale, serve perciò quell’ecologia umana, fatta del rispetto della persona.

Cari Eurodeputati, è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l’Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il futuro per vivere pienamente e con speranza il suo presente. È giunto il momento di abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e piegata su sé stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede.»

Sicuramente il Papa per Fede intende quella in Dio, ma credo si riferisse anche alla Fides, alla Fiducia in generale. Fiducia in noi stessi. Fiducia nel prossimo. Fiducia nella Bontà, nella Compassione, nella Bellezza delle cose intorno a noi.

Per cui… Sì, sto sia con le Femen {..ma non stavolta}, sia con il Papa {..stavolta}. Ma sopra ogni altra cosa, sto con le donne.

 

 

Chiara GreyPen

twitter.com/GreyPen

La violenza non è amore.

image25 Novembre: Giornata mondiale contro la violenza sulle Donne.

Hanno istituito questa giornata per farci riflettere, almeno una volta l’anno, su ciò che sia davvero la violenza sulle donne. E puntualmente, ogni 25 Novembre, ci si aspetta che qualcuno ne parli. Ci chiedono come la pensiamo, cosa si potrebbe fare, come potremmo cambiare le cose. Io sono giunta alla conclusione che se ne parli tanto, ma che non sia mai abbastanza.
Le parole non bastano e non basteranno mai, bisognerebbe agire, piuttosto; e praticare l’amore, quello vero, con il quale verrebbe meno ogni tipo di violenza. Solo così, forse, non saremmo qui, anno dopo anno, a parlarne e a piangere su vite volate via troppo presto.
Educare alla non violenza, questo si dovrebbe insegnare, per alienare ogni tipo di sopraffazione, costrizione ed arroganza.
Solo combattendo la violenza in ogni sua forma potremmo dire basta alla violenza sulle donne.
Violenze fisiche, mentali, drammi che cambiano e sconvolgono animi puri e semplici di figlie, madri, mogli, sorelle, nonne, che troppo spesso non hanno la forza di dire basta.
Non arrendetevi.
Rispettatevi, tutelatevi, amatevi.
Ed un insegnamento particolare ai bambini: essi sono uomini e donne di domani, diamo loro il giusto esempio, educhiamo loro all’amore e al rispetto, verso gli altri e verso sé stessi. E non dite “sono solo bambini“, è da quell’essere bambini che si formano e diventano ciò che saranno.
Diciamo NO alla violenza sulle donne.
Diciamo NO alla violenza su bambini, anziani, poveri ed ammalati.
Diciamo NO ad ogni tipo di violenza.

 

S.M.

twitter: @simominou

Ritrovarsi: esserci con amore

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Per quanto proviamo ad allontanarci da noi stessi, siamo sempre noi quelli che  andiamo a cercare per ritrovarci.

Spesso ci impegniamo così tanto a “non pensare“, che poi, ci ritroviamo con più pensieri di prima.
Che la mente umana sia un mistero è risaputo, eppure non smettiamo mai di inabissarci in questa grande scatola nera di dubbi, pensieri ed illusioni che creiamo per scappare da noi stessi, ma dalla quale non riusciamo a scappare mai.

Qualche giorno fa mia madre mi disse: «Ieri Anna mi ha detto che è in uno di quei periodi in cui cerca di ritrovarsi… a me è sembrato strano ed allora le ho chiesto: “Ma quando ti ritroverai, cosa ti dirai? ‘Ti stavo cercando?’ “». E l’ha detto con un tono così allegro, in un modo così sorridente, che ho subito  riso.
Come darle torto, d’altronde? Ci convinciamo di essere persi, ci isoliamo per volerci trovare, e poi? Poi perdiamo tempo prezioso durante il quale, invece che cercarci, avremmo dovuto amarci. Non è forse l’amore ciò che l’uomo va ricercando?

E perdiamo tempo, perdiamo amici, perdiamo occasioni, perdiamo vita, per poi capire che tutto quello di cui abbiamo bisogno lo abbiamo già: noi stessi.

Perché esserci è l’atto d’amore più grande che possiamo compiere, per gli altri e per noi stessi.
Dovremmo, forse, solo amarci un po’ di più… ma questa è un’altra storia, la prossima volta ve la racconterò.

S.M.

twitter : @simominou

l’Amore è Fuoco

Doomed to Live

L’Amore è Fuoco. A quanto pare non è fatto per i deboli, e se si è deboli bisogna piano piano imparare a diventare più forti.

L’Amore è Fuoco. Ti brucia quando meno te lo aspetti. Ti coglie in contropiede, non ti manda un preavviso.

L’Amore è Fuoco. E’ doloroso. Mette in discussione tutto il tuo mondo, mette in discussione te. Ti costringe a guardarti dentro e a mescolare le carte in tavola.

L’Amore è Fuoco. Ti sveglia. Ti risveglia, se i tuoi occhi sono sempre stati vigili, curiosi e attenti.

L’Amore è Fuoco. Ti avvolge dolcemente, ti regala nuova Linfa, rimette in carreggiata il motore momentaneamente spento o arrugginito della tua esistenza e ti dona Forza propulsiva.

L’Amore è Fuoco. Non lo si può ignorare o combattere. Perché al mondo solo due cose non si possono nascondere: la tosse e appunto l’Amore, come scrisse Ovidio.

L’Amore è Fuoco. Insegna. Insegna l’Empatia, la Compassione, la Pazienza, la Bontà.

L’Amore è Fuoco. Lo è anche quando non c’è più. Attraverso ricordi struggenti, oggetti comprati insieme o ricevuti in dono, lettere strazianti, appunti su giornate fantastiche trascorse in sua compagnia scritti o mai presi, pensieri condivisi, morse allo stomaco, sorrisi dolceamari, lacrime silenziose come pioggia leggera in una fresca giornata autunnale.

° Non si può avere l’Estasi senza passare per l’Agonia.
Per purificare l’Oro, esso deve passare attraverso il Fuoco. °

L’Amore è Fuoco.

 

 

Chiara GreyPen

twitter.com/GreyPen
Fuoco

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