Poletti, la Fornero e le considerazioni {maldestre} su lavori e lauree {altrui}

26 Novembre 2015. Sono in macchina. Sta per cominciare l’approfondimento ON AIR della radio su cui sono sintonizzata. L’abitacolo, dopo essere stato pervaso dal nuovo {e struggente} singolo di Adele, Hello, è ora invaso da varie pubblicità. Traffico. Freddo. Pioggia. Parte l’annuncio dello speaker, sta per iniziare il TG radiofonico.

“Ha destato accese polemiche la dichiarazione fatta dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti alla Convention ‘Job&Orienta’ a Verona, secondo cui prendere «110 e lode a ventotto anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a ventuno anni» […] Queste considerazioni hanno creato scalpore soprattutto considerando il curriculum del Ministro, il quale non risulta essere laureato in alcunché…”

Eh? Cosa? No, un attimo. “110 e lode a ventotto anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a ventuno anni”. Me lo ripeto diverse volte, per assimilare meglio l’opinione del Ministro.

Uhm.. Dunque secondo Poletti sarebbe meglio sbrigarsi, studiare in modo approssimativo e superficiale, prendere voti bassi per poi “laurearsi male, alla svelta” {come ha scritto e fatto giustamente notare Marco Furfaro} anziché eventualmente dedicare maggior tempo e dedizione ad una istruzione approfondita e seria? Ergo correre, correre, correre e basta. Questo sembra essere il nuovo Must, l’Imperativo Categorico da perseguire a tutti i costi. Velocità. Celerità senza ‘se’ e senza ‘ma’.

Per giunta, chi ha detto ciò non è nemmeno laureato.

Poletti.jpeg

Come direbbero a Roma.. “Ma che, davero?”. Approfitto del semaforo momentaneamente rosso dell’incrocio in cui mi trovo per una rapida ricerca. Afferro il fido smartphone e digito il nome del Ministro su Google. Apro la pagina Wikipedia a lui dedicata e.. Poletti è Perito agrario. Solo Perito agrario. E ha detto ‘sta cosa.

Nessuna novità, farebbe notare qualcuno, in quanto anche altri due Ministri dell’attuale Governo Renzi {per la cronaca, il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin e quello della Giustizia Pietro Orlando} son “Dottori”. Ok, d’accordo, però almeno {finora!} su questo argomento non hanno mai espresso considerazioni. E ci mancherebbe! E’ come se Enrico Mentana iniziasse a pontificare su come, in cosa ed entro quando giornaliste e giornalisti dovrebbero laurearsi. Per la cronaca, nessuno ha mai cantato nemmeno a lui il simpatico motivetto riservato ai neo Dottori e Dottoresse, intonato solitamente dopo la proclamazione {per chi non lo conoscesse, è questo: https://www.youtube.com/watch?v=GvCbOEk6tGM } perché appunto anche Mentana non ha mai conseguito una Laurea.

E invece no, in questo caso evidentemente Poletti proprio non ha resistito.
Continuo a leggere la sua bio: “Iscritto inizialmente al Partito Comunista Italiano, è stato assessore comunale all’Agricoltura e alle Attività Produttive di Imola dal 1976 al 1979. Dal 1982 al 1989 è stato segretario imolese del PCI. Successivamente è entrato nel Consiglio della Provincia di Bologna per il PDS. In seguito allo scioglimento di quest’ultimo non si è più iscritto ad alcun partito: tutt’oggi risulta indipendente. […] Dal 2002 è presidente di Legacoop Nazionale.”

Punto uno. Potrei al limite capire se la valutazione in questione fosse stata formulata da qualcuno con un Curriculum eccelso e mostruoso da far rabbrividire, però insomma… Con tutto il sacrosanto rispetto, ma da quale pulpito?

Punto due. Indubbiamente sarebbe auspicabile laurearsi con lode nelle tempistiche stabilite, poi magari trovare il lavoro dei propri sogni, non essere manco per un attimo in balia del precariato sociale in cui invece siamo immersi fino alla cima dei capelli e così vissero tutt* felici e content*. Magari! Ma, come canterebbe il buon Max Pezzali, “la vita non è proprio così; a volte è complicata come una lunga corsa ad ostacoli”.

Punto tre. E se una persona è dislessica e impiega il quadruplo del tempo per leggere {dunque complessivamente per sostenere esami ed infine giungere all’agognata Laurea}, vale meno? E se una persona inizia l’Università ma successivamente non riesce più a permettersela economicamente? E se dopo un po’ scopre una nuova passione e comincia a dedicarvisi trascurando per diverso tempo il cammino originariamente scelto? E se questo ragazzo, questa ragazza avesse accantonato per qualche mese o anno il proprio percorso per far fronte a imprevisti problemi personali, familiari o gravi impedimenti in generale, per poi tornare a studiare ed infine laurearsi proprio a 28 anni?

Troppo, troppo facile giudicare.

La pioggia in macchina diventa più battente. Sembrano essersi incavolate anche le nuvole. Arrivo a casa. Parcheggio e scendo. Apro l’ombrello e mentre rincaso penso a tutti gli altri ‘attacchi’ scriteriati scagliati finora nei confronti delle giovani e dei giovani italiani da vari politici nostrani.

In principio fu Padoa Schioppa {“Bamboccioni”}, poi fu la volta di Martone {“Sfigati”} seguito a ruota da Elsa Fornero {“Choosy”, alias “schizzinosi”}. Tra loro, anche la ‘meteora tecnico-politica’ Monti {il quale con un tono davvero irritante, irrisorio e quasi sprezzante ebbe a dire: “I giovani devono abituarsi: non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita!” aggiungendo poi, probabilmente per aggiustare il tiro, “E’ più bello cambiare e accettare nuove sfide purché siano in condizioni accettabili”}
Anche Anna Maria Cancellieri, Ministro dell’Interno insieme alla Fornero e a Monti a suo tempo, rincarò la dose: “I giovani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà”.

Calza ora a pennello questo breve stralcio tratto da un articolo pubblicato da Andrea Enrici sul sito ‘www.termometropolitico.it’:

Bamboccioni: Gli italiani vivono nella casa dei genitori fino a trent’anni, mentre in gran parte d’Europa si lascia il tetto materno con l’inizio dell’Università. Mentre, però, in Italia un mediocre Ateneo pubblico può costare, per le sole tasse, anche 3000€, in Francia e nella ricca Germania si arriva raramente a pagare più di 500€ all’anno. C’è un “welfare” riservato agli studenti (l’accesso ai mezzi di trasporto incluso nelle spese di immatricolazione, i “mini-job”) mancante nel Belpaese dove, al contrario, i “fuorisede” devono spesso pagare sproporzionati affitti in nero a speculatori della cui esistenza tutti sono a conoscenza ma su cui nessuno interviene seriamente.

Choosy: Chi, avendo in mano una Laurea o un dottorato, rinuncia ad offerte per lavori sottopagati o si rifiuta di fare il muratore o la centralinista è, tecnicamente, schizzinoso. Ma è umanamente biasimabile?

[…] E per i bamboccioni choosy e sfigati non c’è alternativa: si resta e ci si accontenta, seguendo il consiglio della Fornero, o si lascia il Paese, “lo si abbandona, lo si ripudia, con dolore” (Michele Smargiassi, ‘Cara Italia ti scrivo’, La Repubblica, 22 ottobre 2010).

Ottima analisi. A cui potremmo aggiungere dei brevi messaggi facilmente reperibili sul web indirizzati proprio alla Fornero. Qualche esempio?

“Cara Fornero, non sono troppo choosy: sono laureato in Lettere e lavoro in un Call Center.”

“Sono una studentessa universitaria e ho un sogno: diventare giornalista. Ho diverse collaborazioni e il guadagno è minimo: non sono choosy ma sfruttata, in Italia funziona così.”

“Cara Elsa, nemmeno io sono troppo choosy: sono laureato in Archeologia e consegno pizze.”

BatmanChoosy

A tal proposito, mi tocca addirittura citare il quotidiano Libero {argh!}:“I ragazzi non sono abbastanza umili. Parola di Elsa Fornero. Beh, se un esponente del governo dei Prof considera i giovani italiani troppo schizzinosi nella scelta del primo impiego, vorrà dire che i figli dei suddetti Prof avranno avuto un’umiltà esemplare, quasi francescana, nel cercare lavoro. Si saranno accontentati. Sarà andata così, no? No.”

La figlia Silvia è da tempo “piazzata” presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Torino, nello stesso ateneo dove sia la Fornero sia suo marito, dunque padre della suddetta {l’economista Mario Deaglio}, son Professori ordinari.

Laureatasi in Medicina a 24 anni, si è poi specializzata in Oncologia nel 2002 e ha conseguito un Dottorato in genetica umana nel 2006.

Il concorso è andato a vincerlo nella facoltà di Psicologia di Chieti, nel 2010, per poi essere chiamata nell’ottobre del 2011 a Torino, “l’Università di famiglia” {come sarcasticamente è stato apostrofato l’Ateneo piemontese dal Corriere della Sera in un articolo dedicato proprio a Silvia Deaglio}, diventando ‘associata’ sei anni in anticipo rispetto alla media d’ingresso dei Professori di prima fascia. Alcune sue ricerche per conto della HuGeF {fondazione attiva nel campo della genetica, genomica e proteomica umana} sono state finanziate dalla Compagnia di Sanpaolo, prima azionista della Banca Intesa Sanpaolo, di cui sua madre è stata Vicepresidente.

Insomma, lavoretti umili e non aventi nulla a che fare con la propria famiglia, svolti lontano da mamma e papà, come funziona per tutt*. Proprio come sostiene la Cancellieri, eh.

Ecco, non so se la gravità di talune affermazioni risieda più nella sostanza delle stesse o più nella loro provenienza, ossia considerando chi le ha formulate. Chi, accidenti, proprio non dovrebbe aprir bocca su certe questioni, non avendo alle spalle un esempio cristallino da poter ostentare per avallare le proprie tesi.

Ad ogni modo, Robert Green Ingersoll direbbe a Poletti, alla Fornero e a tutti loro: “È mille volte meglio avere buonsenso senza istruzione anziché avere istruzione senza buonsenso”. Soprattutto, aggiungo io, il buonsenso di tacere quand’è opportuno.

Chiara GreyPen

 

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