la Primavera Araba è finita?

Anche quest’anno, presso l’Aurum di Pescara, il 25, 26 e 27 Ottobre 2013 si è tenuto il Festival mediterraneo della Laicità, giunto al sesto appuntamento.

Tema centrale di quest’ultima Edizione, la questione spinosa della laicità in ambito politico.

Per la Presidente dell’Associazione ‘Itinerari Laici’ nonché curatrice dell’evento, Silvana Prosperi, la dimensione culturale laica contribuisce in maniera determinante a realizzare e favorire il progetto, il percorso e il processo di una coesistenza civile e pacifica.

La laicità non corrisponde a singole concessioni private. Va considerata come una sfera da cui non si può prescindere per un ricco e fecondo dibattito culturale. In questo modo, lo spazio politico non sarà il regno della ‘ragione assoluta’ di alcuni, piuttosto quello della ragionevolezza comune a tutti. Ergo della convivenza tra eguali e diversi.

Citando lo studioso Jean Bauberot, per il quale la laicità non è una “eccezione francese” né un puro concetto al di fuori del tempo, la Prosperi sottolinea quanto “laicità e politica abbiano bisogno di uno spazio libero dove potersi confrontare. Perché nessuna fase può ritenersi un punto d’arrivo definitivo, bensì deve rappresentare la continua ricerca di un equilibrio tra elementi spesso in contrasto”.

Ospite dell’ultima giornata del Festival è stata Ouejdane Mejri. Italo-tunisina, classe 1977, insegna Informatica al Politecnico di Milano ed è presidente dell’Associazione PONTES. Il suo motto è: “Non possiamo sempre cambiare il mondo ma possiamo cambiare idea”. E spesso, cambiando idea, nel nostro piccolo riusciamo a cambiare un po’ il mondo. Il titolo della sua relazione è emblematico: “Laicità e società multiculturali. La condizione della donna, paradigma dei diritti umani”.

In particolare, lei si definisce una “donna dittatoriata”. Perché? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare un piccolo salto temporale e tornare all’inverno 2010, quando in Tunisia è scoppiata la cosiddetta “Rivoluzione dei Gelsomini”. Dietro l’innocuo nome, si nasconde una delle rivolte più sanguinose avvenute nel Medioriente negli ultimi decenni. Si è conclusa con la fuga del Presidente Ben Ali in Arabia Saudita, dove tutt’ora è in esilio. Ad essa seguirono altre sommosse e grazie a queste ultime sono cadute molte dittature, da quella di Mubarak in Egitto a quella di Gheddafi in Libia. Dopo aver rischiato di trasformarsi in un “inverno islamista”, la primavera araba sembra aver ritrovato nuovo vigore.

ImmaginePer la Mejri la primavera araba non è affatto finita, anzi, è appena iniziata. Ha seguito la rivolta tunisina in prima persona, tornando spesso nel proprio Paese per raccogliere le voci di chi è rimasto lì (lei vive in Italia da diversi anni).

Le donne tunisine, in particolare quelle più giovani, hanno partecipato attivamente ad uno degli eventi più importanti e significativi degli ultimi decenni, definito epocale da numerosi intellettuali per i radicali mutamenti apportati agli assetti geopolitici nordafricani, se non mondiali.

Quella dell’inverno 2010/2011 è stata una vera e propria rivoluzione spontanea. Partita da una città, Sidi Bouzid, si è immediatamente estesa a tutto il Paese. Il tutto in nome della libertà umana. Un intero popolo, dopo anni ed anni di indifferenza da parte del potere centrale, umiliazioni e povertà, ha cercato e rincorso il riscatto in nome di un progetto sociale comune.

Per molti le nazioni del Medioriente “non sono paesi per donne”.

Eppure non sempre è così. Ed è il caso della Tunisia. Quando quest’ultima divenne indipendente nel 1956 dopo essere stata sotto il Protettorato francese per 75 anni, il primo Presidente della Repubblica Habib Bourguiba elaborò un Codice dei diritti della Persona rivoluzionando profondamente tutte le istituzioni arcaiche ancora in vigore. Abolì definitivamente la poligamia, il ripudio della moglie da parte del marito e il matrimonio delle ragazze minorenni. Introdusse l’istruzione obbligatoria anche per le ragazze, il voto alle donne nonché il diritto alla salute e alla contraccezione. In poche parole, la piena eguaglianza tra sessi. In particolare, l’indipendenza economica delle donne divenne un possibilità concreta. A partire da quella data, due generazioni hanno beneficiato e vissuto questa vera e propria emancipazione. Attualmente le militanti, sempre più numerose, appartengono a tutte le età e a tutte le classi sociali, come ha riscontrato anche la sociologa tunisina Traki Zannad Bouchrara.

Lo sa bene anche Basma Khalfaoui Belaid, 42 anni, vedova di Chokri Belaid, il leader dell’opposizione laica tunisina assassinato il 6 febbraio scorso. Da quell’8 febbraio 2013, quando prese la parola davanti a oltre un milione di persone in occasione dei funerali del marito, è diventata, al di là delle sue stesse intenzioni, il simbolo di chi, in Tunisia, non si arrende. Il simbolo del «Popolo dei Gelsomini».

Anche secondo Basma la rivoluzione non è morta. Fino all’ultimo giorno della sua vita, suo marito Chokri si è battuto per il riscatto sociale, l’uguaglianza di genere e la libertà d’informazione, animato da un profondo rifiuto per il vecchio regime corrotto di Ben Ali e verso chi vorrebbe instaurare una dittatura della Shaaria, la legge islamica.

Le donne tunisine lottano contro una doppia oppressione, eredità non solo di un regime dispotico ma anche di una società patriarcale. Esse hanno dimostrato una determinazione e una concretezza percepite dal potere come una minaccia da reprimere.

Proprio per questo motivo, secondo la Mejri queste donne devono essere incoraggiate e sostenute nella difesa dei diritti conquistati. “I diritti dobbiamo prenderceli noi, non ce li regalerà mai nessuno”, afferma convinta.

Un tema a lei caro, quello della laicità, anche e soprattutto perché vissuto sulla propria pelle. L’associazione di cui è Presidente, PONTES, si prefigge come scopo una concreta collaborazione tra mondi forse solo apparentemente diversi. Gettare dei ponti tra civiltà è necessario affinché si instauri tra diverse culture un dialogo proficuo.

Perché “la laicità è legata alla democrazia, senza democrazia non c’è autentica laicità”.

 

 

Chiara GreyPen

twitter.com/GreyPen

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