La tavola

La tavolaOre sette del mattino, il sugo di carne, sfrigola già nella pentola di coccio, il coperchio a mezz’asta, protegge il gustoso e prezioso contenuto. L’odore è già per tutta casa, Mara chiude la porta della cucina come a voler trattenere quella meraviglia in un ambiente più piccolo per poterne godere in maniera più piena ed intensa. Comincia ad impastare sul tavolone di legno, semola e poca farina bianca per preparare della pasta casareccia. Pochi abili gesti e le due farine con le uova si mischiano formando una pagnotta morbida e duttile pronta per essere modellata in morbide lasagne colore dell’oro. Mara vive sola ormai da tanti anni, poca mondanità, semplice quotidianità fatta di gesti precisi ma sempre uguali. La casa, grandissima, piena di camere vuote, testimonia la presenza in passato di altri inquilini. Ogni camera da letto ha un televisore ormai non più funzionante per l’avvento del digitale, le lenzuola periodicamente sostituite sono fresche come le coperte, sempre pronte ad attendere qualcuno. Nei comodini, piccole abat-jour e un cioccolatino, un blocchetto notes ed un lapis. Anche nelle camere da letto è giunto il profumo della cucina. Il salotto ha sul tavolo una gigante ciotola di cioccolatini buonissimi.

Periodicamente, qualora non consumati, Mara li sostituisce per gli ospiti. Alle dieci la teglia di lasagne è già pronta, grondante di besciamella, parmigiano e mozzarella. Poi un grosso e festoso pezzo di carne, riempito, legato e unto, salato e pepato comincia ad imbiondirsi su di un letto morbido di burro, odorante dei gusti freschi estivi del giardino. Salvia, timo e rosmarino emanano a contatto con il burro un odore pungente che dopo aver sconfitto quello precedente, penetra nelle narici come una vera forza della natura. Lentamente l’involucro prende colore e certamente sapore.

Il tavolo del salotto è pieno di pacchetti colorati, avvolti nei loro involucri eleganti e luccicosi, pacchi pronti per essere scartati al più presto da bambini curiosi e si sa, sempre desiderosi di sorprese. Alle tredici il pranzo è quasi pronto ma tutto deve essere perfetto per la cena. Mara ha ancora tutto il pomeriggio a disposizione.

Prepara due dolci, i soliti, quelli che piacevano sempre… il salame di cioccolato e la torta di pere. L’un per i piccoli, l’altro per i grandi. Il cacao amaro è sempre stato dominante nella preparazione dei suoi dolci. Un tempo riusciva a reperire facilmente quello olandese, il più buono. Ora, più avanti con gli anni, non se la sente di andarlo a prendere fuori città e si accontenta di un prodotto più comune ma ugualmente buono. I biscotti, sbriciolati nel vecchio mortaio di marmo, diventano granuli tutti uguali pronti per ricompattarsi con il burro liquefatto ma freddo. Qualche nocciola delle Langhe, fa la sua comparsa in quel miscela di cioccolato, biscotti e burro ed un leggero retrogusto di vermouth custodito, come usano le nostre nonne, nella vetrinetta “buona” che rende quelle dolci fette delle cose di casa, di intimità e famiglia. Dentro una bacinella colma d’acqua, grossi tranci di patate, attendono di essere asciugate e fritte, nella padella vecchia, con un rametto di rosmarino e fiamma tenace, sono pronte per bruciacchiarsi ed essere spolverate di sale grosso. I bambini ne vanno matti e anche gli adulti.  Mara poi, anche se presto, decide di preparare la tavola. E’ emozionata perché da tanto tempo non arriva più nessuno. Sono sempre tutti indaffarati, nervosi, lontani. Desidera fare tutto per bene perché avvenga la meravigliosa alchimia che permette ad un individuo di desiderare di recarsi in un posto preciso, un posto dove sa che starà bene, dove è sicuro di essere gradito e dove può arrivare a mani vuote.

La casa è linda e ordinata, con le tende aperte, e si osserva il luccichio dei vetri baciati dal sole, gli oggetti immobili, sembra quasi dialoghino tutti fra loro e si divertano a raccontare esperienze e storie vissute.

Chissà quante storie hanno sentito e quanti volti hanno visto!

L’oggetto antico è così… girovaga per anni e anni fra gente diversa, è oggetto di scambio o mercato, viene sostituito, venduto, ereditato, pignorato, regalato e non saprà mai quale sarà la sua ultima dimora ad eccezione dei cosiddetti pezzi da museo, pezzi del mondo, patrimonio di tutti. Mara quella mattina è agitatissima e la sua solita tranquillità subisce dei traballamenti, come delle scosse,dei fremiti che tutte le volte la riportano al punto di partenza.

La tovaglia più bella, stirata in maniera impeccabile, copre ora il grande tavolo.

Tutto è di colore bianco.

In centro, una composizione di fiori anch’essi bianchi le ricordano che é primavera inoltrata e la carnosità degli abbellimenti verdi, attorno a quei frangipane bianchi la rasserenano molto specie se pensa alla natura invernale, così povera e squallida.

In bagno, si guarda allo specchio, si sveste dal grembiule consunto per il lungo sostare in cucina e vede il suo volto stanco, rugoso e triste.

Deve fare qualcosa. Non può presentarsi così. Una doccia, una ditata di crema colorata, un pizzico di cipria, un eye-liner leggero, uno chignon perché ormai i capelli al vento non le si addicono. Una volta una cascata di capelli castani contornava il volto olivastro come le macchie di piante che nel Mediterraneo adornano le aiuole più belle.

Il tempo passa, pensa Mara. “Sono stata… ed ora sono “, pensa, senza lasciarsi troppo prendere dai ricordi.

Sono le diciotto, Mara si è anche spruzzata la colonia al bergamotto che da anni non usava, un camicione nero con ricami bianchi le copre il corpo senza lasciare intravedere alcun segno compiuto dal tempo.

Una collana a grosse biglie bianche e rosse la ravviva, ridonandole quella femminilità che le piaceva tanto .

Una musichetta di sottofondo sembra legare il tutto, nell’aria il profumo di una lampada Berger, aspetta di inondare le narici di chi arriverà.

L’emozione cresce, Mara si guarda attorno e sembra quasi chiedere qualcosa, ma a chi? E’ inquieta, assaggia le pietanze preparate per sentire se son degne di essere portate in tavola, accende il televisore perché la musica le sembra impersonale e forse più adatta ad un incontro galante.

Mara si chiede se sia il caso di restare in pantofole ma preferisce poi indossare un paio di scarpette nere di velluto, tutte di stoffa.

Non le sono mai piaciute quelle scarpette da bambola ma per quella sera le vanno a genio. Si vede così agghindata nello specchio grande dell’ingresso e si piace.

Squilla il telefono, Mara corre con in verità un certo timore.”Mamma scusaci, non riusciamo a venire, abbiamo fatto tardi e i bambini sono stanchi e vogliono tornare a casa”.  Mara sente una fitta, sono più di cinque anni che non vede suo figlio.

Non sa cosa dire, vorrebbe urlare,  vorrebbe buttare tutto per aria, vorrebbe piangere ma non fa nulla di tutto ciò. “Non preoccuparti caro”. Lo saluta e riposta la cornetta si accorge che sta bene. La muscolatura si rilascia, sente ammorbidire i lineamenti e la ruga fra le sopracciglia è scomparsa.

Mara ha ancora vent’anni.

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