poi un giorno di natale

Poi un giorno di Natale accendi la tv. Stai facendo altro, forse impacchettando gli ultimi regali, forse sistemando la libreria. La tieni in sottofondo, non ascolti veramente. C’è uno di quei programmi in cui persone vestite in modo improbabile dispensano consigli di stile a malcapitate con qualche problema di guardaroba. Stavolta si devono occupare di lei, che di mattina indossa cose anonime e di sera si trasforma in una troppo audace panterona. Perché non si sa vestire? Tentano di spiegarsi i dispensatori di look. Perché ha avuto una delusione sentimentale che l’ha messa in ginocchio.
Lui mi ha portata alle stelle, dice la donna. E poi.
Non finisce la frase, le stalle a cui lui l’ha successivamente condotta rimangono una deduzione nella testa dello spettatore perché le si rompe la voce dal pianto. Devi essere ancora molto ferita, la consola la consulente di stile. Lei annuisce. Tu pensi che no, non va bene, non deve piangersi addosso, soprattutto davanti alle telecamere. Ma perché non le hanno permesso di rigirare la scena, poverina? Perché lei non lo ha preteso?
Deve esserci una radicata forma di autocompiacimento in questo modo di vivere un dolore tanto crudele e feroce. Il proprio dolore è sempre il più forte, e tutti lo devono sapere. È qualcosa che ti avvolge totalmente, anche nell’occasione della vita, nell’occasione di essere protagonista di un programma in televisione. Ma perché? L’uomo è diverso. L’uomo sceglie un’altra strada per umiliarsi. Lui, se proprio deve perdere la dignità, va dritto all’obiettivo. Va da lei, supplica, implora, piange, mente. Sei tu la sola. Con te è diverso. Non sono più quello di prima. Perdonami. Cambierò. Non posso vivere senza di te. Ma poi, di fronte al mondo, ride, scherza, ostenta leggerezza. Facile che leggero lo sia sul serio.
Cosa è meglio? Se è vero che una ricetta non c’è, è vero che anche qui andrebbe applicata la regola d’oro di non fare mai qualcosa di cui non andresti fiero in ogni circostanza, in tempi non sospetti. In tempi non oscurati da quel dolore che annebbia anche la mente. Cosa avrà provato questa ragazza riguardandosi, magari a distanza di tempo? Il suo momento di gloria inficiato da quella presenza che non era nemmeno più presenza. Lo era solo nella sua testa. Ma quello era il suo modo, cieco e autodannoso, di sentire ancora vicino l’uomo che le aveva fatto tanto male. Come sarebbe stata più bella, per lei, una puntata senza quell’ombra. Solo lei e la sua sfida con lo specchio e con la propria immagine, a mente serena. E come sarebbe più lieve il nostro mondo, senza quei fardelli di dolore che ci ostiniamo a portare sempre con noi, a cui diamo un peso che non meritano, e che inevitabilmente si stratificano, dentro e fuori di noi.

I.S.

@ila_sic

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