Siria, we care.

Nel marzo del 2011, nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, giungono le immagini di quella che viene definita dai media la “Primavera Araba”, una delle più grandi rivolte degli ultimi decenni.
Il termine “grande” non si riferisce solamente all’estensione geografica e politica del fenomeno, il quale coinvolge circa 20 Paesi tra Nord-Africa e Medio Oriente, ma anche e soprattutto all’importanza sociale e culturale dello stesso.
Scioperi, manifestazioni, cortei, tutti in piazza in nome di una libertà e di una democrazia quasi sconosciute per colpa di governi totalitari che hanno vessato il popolo, riducendolo alla fame e privandolo dei diritti fondamentali.
Tra queste nazioni, ve ne è una che sconta con particolare ferocia il suo desiderio di democrazia: la Siria.
Il Paese non è nuovo alle rivolte: nel 1982 fu teatro di una rivoluzione islamica che portò ad una feroce repressione della comunità musulmana sunnita da parte di Hafiz al-Assad, padre dell’attuale presidente; la stima dei morti oscilla tra le 10.000 e le 40.000 persone.
Nel 2000, Bashār al-Assad succede al padre e si rivela da subito una figura controversa sia a livello personale (appartiene infatti al gruppo etnico-religioso degli Alawiti, minoranza in Siria, diventato privilegiato grazie ad Hafiz al-Assad) sia a livello politico per alcune decisioni (appoggio a Saddam Hussein prima della guerra in Iraq del 2003, anti-israelismo nonostante la dichiarazione iniziale di voler riaprire le trattive per le terre delle Alture del Golan, sostegno a Hamās e al partito libanese degli Hezbollah ).
Quando, con l’avvento della Primavera Araba, il popolo siriano scende in piazza per vedere riconosciute le proprie libertà, attraverso proteste che partono prima dalle aree rurali per poi estendersi alle città, il presidente Assad provvede alla repressione, avvalendosi di una legge del 1963, la quale proibisce le manifestazioni di piazza.
Da Damasco a Latakia, da Dar’a ad Aleppo, passando per Homs, nessuna città esce indenne dalle rappresaglie dell’esercito.
I mesi successivi dall’inizio della rivolta si rivelano durissimi in termini di lotte e perdite di vite umane.
Il 3 giugno 2012, all’insediarsi del nuovo parlamento siriano, Assad accusa i rivoltosi di essere terroristi ed i media, come Al Jazeera, di fomentare la protesta, dietro la quale si celerebbe un complotto straniero.
Più volte la comunità internazionale è intervenuta, minacciando provvedimenti seri: nel mese di agosto, il presidente americano Obama non ha escluso la possibilità di un intervento armato statunitense se dovessero essere usate armi chimiche e batteriologiche contro la popolazione siriana; la Lega Araba ha sospeso la Siria a causa della condotta repressiva contro il suo popolo; l’Unione Europea e gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) hanno condannato la violenza contro la popolazione.
L’ONU ha più volte proposto sanzioni contro la Siria, ma le risoluzioni sono state bloccate dal veto di Cina e Russia.
Nel luglio 2012, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha definito la rivolta siriana come “conflitto armato non internazionale”, applicando di fatto una legge umanitaria internazionale che risponde alle Convenzioni di Ginevra.
Ad oggi la situazione in Siria rimane drammatica: proseguono i raid aerei così come i rastrellamenti casa per casa da parte dell’esercito e della Shabiha, miliziani civili fedeli al presidente Assad.
La stima dei morti dall’inizio del conflitto non è chiara: si parla di un minimo di 20.000 persone decedute, ma la cifra non è precisata, mentre sono più di 380.000 i rifugiati accolti nei Paesi limitrofi (Libano, Giordania, Turchia ed Iraq) e 2,5 milioni le persone che necessitano di aiuti umanitari, secondo le stime delle Nazioni Unite.
Oggi 11 novembre 2012, internet si mobilita attraverso un “blogging day” per ricordare che, anche se la notizia non è più da prima pagina, il mondo non dimentica il popolo siriano e la sua lotta.
Siria, I care.
Siria, WE care.

L.F.

twitter @luisa_ferrari_

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