le guerriere delle Ande

Mi ci è voluto molto tempo per tornare a scrivere e a raccontare le donne del mondo.

Sono state settimane molto piene: tanti fatti, tanti argomenti e soprattutto un gran numero di battaglie da sostenere per i diritti umani.
Ho sposato la causa dei popoli indigeni quasi senza rendermene conto, spinta dalla voglia di proteggere quel che rimane di coloro che hanno sempre vissuto in perfetto equilibrio con la natura e con il mondo circostante, coloro che hanno scelto di rimanere ai margini della civiltà, coloro che hanno preferito il vecchio e poco pratico (per noi) sistema invece di cedere alla modernità.
Talvolta, questa gente non ha avuto scelta, costretta dai colonizzatori a “civilizzarsi” e ad adottare un credo ed uno stile di vita che niente aveva a che fare con la loro cultura.

In mezzo a questi popoli, le donne spiccano per forza e dignità: spesso vittime di abusi di ogni tipo, relegate ai margini, hanno avuto la forza di alzare la testa e di farsi valere.

Per la maggior parte della gente, il 5 settembre è una data come tutte le altre, ma per queste donne quella data è un simbolo: il loro simbolo.
Proprio per questo motivo, oggi voglio parlarvi di due donne indigene, due grandi eroine che sono riuscite a lasciare il loro nome impresso nella memoria a distanza di secoli: Bartolina Sisa e Micaela Bastidas.

Bartolina Sisa

Non si hanno notizie certe sulla data di nascita di Bartolina Sisa (c’è chi sostiene sia dell’agosto 1750, altri che sia dell’agosto 1753), ma ciò che sappiamo è che nel suo Paese, la Bolivia, lei è un’eroina nazionale.
La famiglia di Bartolina, di etnia Aymara, si occupava del commercio delle foglie di coca e, a causa di questo lavoro, si spostavano continuamente per i vari paesi delle Ande: questi viaggi permisero alla giovane boliviana di venire a conoscenza dei terribili soprusi che i colonizzatori spagnoli compivano sopra gli indigeni, senza distinzione alcuna; essi erano relegati al lavoro da schiavi, privati non solo dei loro averi, ma della loro libertà.
Il senso di ribellione crebbe con il passare del tempo, finchè Bartolina decise di organizzare una rivolta per liberare i suoi fratelli dalla schiavitù: in questa impresa fu aiutata dal marito Julian Apaza, meglio conosciuto con l’appellativo di Tupaj Katari (nome ereditato in onore del guerriero Inca Tupaj Amaru) che condivideva gli ideali della moglie.
Durante uno dei loro viaggi per le terre andine incontrarono i fratelli Damaso e Tomas Katari di Chayanta e soprattutto Tupaj Amaru II e Micaela Bastidas, peruviani di etnia quechua, indigeni, marito e moglie anch’essi, i quali avevano sposato la medesima causa per il loro popolo; ebbero così modo di confrontarsi su strategie, tattiche e criteri di battaglia per guidare la rivolta su un fronte comune.
Bartolina Sisa guidò un’armata che inizialmente contava 20.000 indigeni, ma che nell’arco di 5 mesi divennero 80.000: essa indossava sempre il Whipala (una sciarpa dai colori dell’arcobaleno che simboleggia l’unità delle comunità per la resistenza indigena) ed era descritta come una donna di rara bellezza, ma soprattutto di grandissima abilità militare e politica, tanto da meritarsi l’appellativo di Virreina, titolo conquistato per i suoi meriti.
I compiti erano equamente divisi con il marito e lei in prima persona scese in battaglia contro gli spagnoli, i quali incassarono una sconfitta che comportò notevoli perdite.

Micaela Bastidas

Nello stesso momento Micaela Bastidas, insieme al marito Tupaj Amaru II, combatteva per la liberazione del popolo quechua: metà africana e metà amerindi, Micaela divenne molto nota per la sua bellezza dovuta ai tratti somatici estremamente particolari per l’epoca.
Si sposò a soli 15 anni ed ebbe tre figli maschi, ma ciò non le impedì di combattere per la sua gente: anche lei, come Bartolina, si fece notare per la personalità ferrea e per l’abilità nelle questioni politico-militari.
Con la sua amica boliviana non condivise solo gli ideali ma, purtroppo, anche lo stesso atroce destino.
Micaela Bastidas fu catturata dopo la sconfitta dell’armata indigena e condannata a morte per strangolamento: subì diverse torture (tra cui il taglio della lingua) e dovette assistere all’esecuzione del marito e del figlio maggiore prima della sua, avvenuta il 18 maggio 1781.
Bartolina Sisa fu catturata il 2 luglio 1781, mentre faceva rientro al quartier generale di El Alto (la capitale Aymara), tradita dai suoi stessi compagni che la consegnarono direttamente in mano agli spagnoli: subì svariate violenze e torture e morì per impiccagione il 5 settembre 1782; il suo corpo fu squartato e la testa esposta a dimostrazione di cosa accadeva a chi osava opporsi alla dominazione dei “conquistadores”.

Ciò che gli spagnoli non riuscirono a distruggere fu però la grande dignità ed il coraggio di questa donna che divenne il simbolo della lotta dei popoli indigeni e del coraggio delle donne: in Bolivia e non solo, essa è considerata un’eroina e l’Associazione Nazionale delle Donne Boliviane è intitolata a lei.

Il segno che questa donna ha lasciato nella storia è talmente significativo che il 5 settembre, giorno della sua morte, è stato scelto per celebrare “la Giornata Internazionale delle Donne Indigene”, a simboleggiare il grande coraggio e l’innata forza di coloro che lottano per la libertà anche a costo della propria vita.

Bartolina Sisa e Micaela Bastidas hanno comunque vinto la loro battaglia, mantenendo viva la speranza e lasciando un segno nella storia e nei cuori dei popoli andini, i quali ancora oggi tramandano le loro gesta che riecheggiano nei secoli.

Saluti dal mondo,

L.F.

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Un pensiero su “le guerriere delle Ande

  1. Intanto bella la esposizione così stringata ed efficace. Che fa comprendere molto pur non concedendo niente al colore.

    Le donne, assieme ai giovani e giovanissimi, credo risultino da sempre quella parte di noi che riesce con più naturalezza a gettar il cuore oltre la siepe inseguendo un sogno positivo. Costi quel che costi. Spesso forse noi non ce ne rendiamo conto. Ma la collettività penso che lo sappia riconoscere quel disinteresse personale nell’inseguir un sogno comune. Perché anche i popoli hanno un cuore.
    Chi ha il potere ha invece da sempre, credo, saputo che forza, e che rischio per il proprio potere ingiusto, rappresenti potenzialmente la Donna. E che capacità anche pratiche riveli quando si batta per una causa in cui creda. Forse anche per questo si è fatto così vario e sofisticato il nostro armamentario di potere per disinnescarlo?

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