Capitolo 5

Giovedì – Avarizia

Giovedì. È giunto il momento. Le bollette devono essere pagate. Non possiamo temporeggiare oltre, a meno di non voler mangiare cibi in scatola, lavarsi all’autolavaggio insieme alla macchina, e tornare alle luci a olio, alle candele e ai computer a manovella. Il computer. Tutto ma non il computer. Questo è sufficientemente grave da convincerci che pagheremo oggi tutte le utenze. Ci rotoliamo giù dal letto. Ci scappa, su suggerimento di Accidia, un “Fan culo!” che male non fa, e quasi carponi usciamo dalla stanza. Eccoci. Siamo faccia a faccia con il frigo. Il custode delle nostre sofferenze:  sono tutte lì, tenute insieme dalle calamite a forma di ananas, banana e Mickey Mouse. Facciamoci coraggio. Assumiamoci le nostre responsabilità. Chiudiamo gli occhi, e le tiriamo via. Ormai le abbiamo in mano. Prossima fermata, ufficio postale. Verrebbe quasi da disertare la colazione, per risparmiare. Niente da fare. La torta di ieri sera è lì in frigo che aspetta. Caffettino, e via. La posta è lungo il tragitto per il lavoro. Meglio pagarle subito le bollette. Chiudiamo la porta dietro di noi, e continuiamo a ripetere la cifra esatta delle bollette, comprese le spese postali. Trecentodue euro. Non sarà poi la fine del mondo. Certo ne avremmo fatte di cose con questi trecento euro. Tant’è. Le nostre esperienze alla posta sono paragonabili a quella del Diavolo in Paradiso. Fortunatamente non era giornata di pensioni. Solo cinque minuti di fila. Quelli giusti per incontrare la ragazza della metro. Anche lei era lì. Mentre la stiamo fissando inebetiti, lei, che percepisce degli occhi maniaci addosso, si volta e ci riconosce. Come sempre va di fretta, giusto il tempo per rinnovarci l’invito al caffè. Non eravamo mai stati così contenti di andare alla posta. La giornata, in fondo, aveva assunto una piega più positiva del previsto.

Ogni ufficio che si rispetti, e ogni luogo di lavoro dove ci siano almeno due persone, per un semplice calcolo statistico-matematico, di certo ha buone possibilità di annoverare nel suo staff almeno un Signor Parsimonia. Non potevamo certo farcelo mancare giusto noi. Il caso estremo, a giudizio di molti studiosi, è impersonato da chi porta il termos di caffè da casa. La macchinetta del caffè è la sua nemica numero uno. Una volta mi disse che con i soldi risparmiati alla macchinetta del caffè (per correttezza lui includeva anche i caffè al bar), ci si può perfino pagare l’assicurazione della macchina. Addirittura, taglia a metà i tovaglioli di carta per farli durare il doppio. Per non parlare che la sera, se vuole leggere un libro (pensa al risparmio di corrente che si ha senza vedere la tv), scende nella piazzetta sotto casa e lo fa alla luce dei lampioncini. Di contro, paga sempre le bollette puntuali, senza angoscia alcuna. Non è mai in arretrato in nulla. Riesce persino a permettersi un congruo piano di risparmio che gli garantisca una pensione integrativa. C’è chi dice che ogni mese metta da parte anche trecento euro. Noi con i trecento euro di bollette pagate oggi, abbiamo altri trecento euro fino al prossimo stipendio. Tra dieci giorni. Come si fa a essere braccino corto? Come si seduce Avarizia? Facile. Si finge. Lei tanto è sempre in cerca di nuovi adepti: oggi dedicheremo la giornata ad Lei.

Abbiamo trenta euro in tasca. Dobbiamo riuscire a tornare a casa con non meno di venticinque euro. Facile, no? Del resto staremo in ufficio fino alle 18. Per oggi niente caffè, e a pranzo, una mela un panino e una bottiglietta d’acqua. Un po’ di dieta non ci ucciderà. Tanto poi a sera con comare Gola, ci si fa gli spaghetti.

 La giornata in ufficio scorre tranquilla. Riusciamo pure a scroccare un caffè a un collega che ci doveva mille favori, e il massimo che ha fatto in cambio è stato questo. Poco importa. A noi è utile per superare questa nostra propensione alla spesa, e riuscire ad amoreggiare con Avarizia. Inoltre, ci basta ripensare ai trecentodue euro sborsate la mattina.

Tornando verso casa, ci viene la brillante idea di fare una telefonatina. Si proprio quella telefonatina. Squilla. Risponde. Cade la linea. Avarizia si manifesta: “Il vostro traffico non è sufficiente a effettuare questa chiamata.” Abbiamo esaurito il credito nel cellulare. Proprio davanti a una tabaccheria. Abbiamo ventotto euro. Il taglio di ricarica minore è da cinque euro. Ventotto meno cinque uguale ventitré. Due euro meno del nostro obiettivo. Le soluzioni sono due. Desistere dal telefonare. Si può sempre rimandare a domattina, con il rischio che domani il nostro proposito non valga più. Oppure, acquistare la ricarica e fare quella benedetta telefonata a signora Lussuria. Attimi di panico. Riflessioni lunghe e snervanti. Ci sono serviti quarantacinque secondi per decidere. Quarantacinque. Ne abbiamo impiegato di più, solo quando abbiamo scelto l’acchiappa zanzare a forma di mano invece di quello a forma di racchetta da tennis. Nell’arco di altri 120 secondi il telefono è già bello che carico. Cinque euro da spendere in una amabile conversazione con la nostra ragazza della metro. O della posta. Che poi è uguale. Squilla. Squilla. Non risponde. Riproviamo. Squilla. Squilla. Risponde. “Pronto…”, riconosciamo la voce della Lussuria. Adesso tocca a noi farci riconoscere. “Non ti sento bene, scusami, ma sono in una zona, dove c’è poco campo…” Noi di certo non ci arrenderemo per così poco. Torna la linea. La conversazione va avanti a tratti e si trascina per quasi cinque lunghissimi minuti. Alla fine ci manda un sms con il suo indirizzo. Domani sera alle 19. Aperitivo a casa sua. È fatta. Signora Lussuria, aspettaci. Contemporaneamente, incrociamo le dita e riceviamo anche il messaggino dell’operatore che ci informa che il nostro credito residuo è un euro e novantacinque centesimi. Abbiamo speso quasi tre euro di traffico. Non stiamo lì neanche a chiederci come sia successo. Con un rapido calcolo, se abbiamo quasi due euro di traffico nel cellulare, quindi paragonabile a moneta sonante, in realtà è come se avessimo ventiquattro euro e novanta centesimi. Abbiamo sforato di dieci centesimi. Non possiamo permettere che dieci centesimi ci tolgano la possibilità di conoscere Avarizia. Tornati a casa, chiediamo un euro alla nostra dolce metà, dicendole che abbiamo comprato del chewingum stamattina alla tabaccheria sotto casa, e non lo abbiamo pagato perché non avevano il resto di dieci euro. In fondo che male può farle scroccarle un euro? Oggi per la prima volta siamo stati capaci di risparmiare, in altre parole di scroccare qualcosa ed evitare, nel limite del possibile, di intaccare le nostre riserve auree. Abbiamo in tasca novanta centesimi in più del previsto. Siamo più che soddisfatti, e “Fan culo l’Avarizia”. Pardon, è stata l’emozione. Peccato veniale.

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Capitolo 1
Capitolo 2 
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 6

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