la cultura del sacrificio

Sono del parere che non esistano concetti universali.

Spesso sentiamo parlare di libertà, di sacrificio, di amore: tutte parole che assumono significati che amo definire “standard” in culture come la nostra, ma che altrove hanno un senso totalmente differente.

Ammetto che è difficile riuscire a relazionarsi con alcune forme di pensiero, perchè la nostra educazione occidentale ci ha inculcato determinati principi, canoni ed in molti casi diciamolo pure, pregiudizi.

Ultimamente sento parlare moltissimo d’amore nelle forme più svariate: amore che significa accettazione, amore che significa odio, amore che significa condivisione, amore che significa matrimonio.

Non sempre l’amore ed il matrimonio vanno di pari passo: in alcune culture, il termine matrimonio fa rima con sacrificio e i due aspetti sono così strettamente legati da diventare fattori determinanti per decidere della vita di una donna.

Vrindavan, città dell’India situata a 150 km a sud di Delhi è conosciuta come “la città delle vedove”: qui giungono donne da tutte le parti, specialmente dal Bengala e attualmente ne ospita circa 20.000.
Poiché in India la donna dipende totalmente dall’uomo (sia esso padre, fratello o marito), tanto da esserne una vera e propria proprietà, alla sua morte, essa perde tutti i suoi diritti: spesso viene allontanata dagli stessi figli maschi, costretta ad elemosinare per strada per poter vivere oppure cerca rifugio in luoghi sacri come Vrindavan, dove trascorrerà il resto della sua vita ad onorare la memoria del marito e ad aspettare l’eternità, in attesa che si concluda il ciclo di reincarnazioni e la sua anima possa ricongiungersi a Dio.
Dal momento in cui la donna rimarrà vedova vestirà un semplicissimo Sari bianco (simbolo del lutto), i capelli saranno tagliati, saranno rimosse le collane, il mangalsutra (simbolo del matrimonio Hindu in India), spezzati i bracciali di vetro che portano ai polsi, gettati gli anelli che portano alle dita e al naso e verrà tolto il punto rosso sulla fronte.
Molte delle donne di Vrindavan si recano spontaneamente al Shri Bhagwan Bhajan Ashram, una struttura che si mantiene solo ed esclusivamente attraverso le donazioni, in cui si cantano lodi a Krishna (divinità Hindu): lì trascorrono la giornata a recitare mantra per elevare il proprio spirito e quello del marito; il guadagno è di circa 6 rupie al giorno, ma talvolta vengono anche distribuiti vestiti o generi alimentari come farina, lenticchie e zucchero.
La giornata di preghiera è divisa in due sessioni: la prima inizia alle 7 del mattino e termina alle 10,30, mentre la seconda inizia alle 15,30 e termina alle 19,30; tra la prima e la seconda sessione, alcune donne vanno a casa a cucinare (talvolta vivono in gruppo in ambienti angusti e malsani), mentre le più sfortunate si recano in strada ad elemosinare, sperando di ricevere qualche rupia.

Non è raro trovare delle donne anche giovanissime, perchè l’età in cui si contrae matrimonio in India è molto bassa: si stima che siano circa 55 milioni le bambine che si sposano prima dei 15 anni e spesso con uomini molto più grandi di loro; alla morte del marito, alcune di esse vengono sfruttate in svariati modi ,ad esempio per il riciclaggio di denaro sporco o il traffico della prostituzione, e subiscono maltrattamenti e violenze.

Vrindavan è un luogo che rappresenta spesso una sorta di ancora di salvezza per le vedove e non solo, poichè qui giungono anche le donne che non possono sposarsi in quanto prive di dote: una donna che non si sposa, in India, non ha futuro, perchè non ha alcuna possibilità di mantenersi.

Mi rendo conto che questo scorcio di realtà possa sembrare estremo rispetto al cosa fare della nostra vita, specialmente nel momento in cui perdiamo il compagno o la compagna, ma è una chiara dimostrazione di come, nonostante le chiacchiere, le maldicenze e le esagerazioni che talvolta noi stesse decidiamo di attuare, siamo comunque delle privilegiate, perchè la maggior parte di noi possiede qualcosa che non ha prezzo: la libertà di scegliere.

Saluti dal mondo

L.F.

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2 pensieri su “la cultura del sacrificio

  1. Grazie per il commento, Mario.
    Già nel primo articolo che avevo scritto sulle donne Himba, sostenevo che la differenza tra donne di culture diverse è più sottile di quanto si pensi.
    Tornando a questa discussione e trattando il caso specifico dell’India, la questione è piuttosto complessa, perchè lo Stato può intervenire fino ad un certo punto; ciò che conta di più in questa Nazione (come in altre di natura islamica e non solo) è la religione. Un credo religioso vale più di qualsiasi legge dello Stato. E’ LA legge e va applicata. Punto. Senza alcuna deroga o distinzione.
    Ritengo che la situazione della maggior parte delle donne occidentali, anzi diciamo italiane così parliamo da diretti interessati, per quanto possa essere non idilliaca e traballante (concordo con te sulla minaccia di regresso) è una posizione di vantaggio rispetto alle donne indiane; noi non perdiamo tutti i diritti elementari, non diventiamo una “cosa” inutile dopo una vedovanza e possiamo comunque risposarci, lavorare e provare a rifarci una vita con tutte le difficoltà del caso.
    Quindi, a mio avviso, almeno per ora (e sottolineo il per ora), siamo ancora in una posizione privilegiata.
    Il tema che nasce dal tuo commento è molto interessante e andrebbe approfondito…

  2. una libertà di scegliere però fragile fragile. Nel senso che, e penso valga anche per noi uomo, se non la coltivi e non la tuteli anche di persona giorno per giorno regredisci con estrema facilità in India ancestrale anche in Italia. Penso che sia lo Stato Costituzionale con i suoi diritti il vero o della libertà preziosa di scegliere. Ad esempio, non sono mai riuscito a comprendere, senza alcun moralismo o pregiudizio, come sia ancora possibile che la donna italiana non avverta l’estrema minaccia di regresso che reca anche per se la plateale deportazione delle “schiave” anche bambine nelle vie italiane. Nel senso che una non ha uno Stato che la difenda, pur essendo entrambe donne, l’altra almeno in parte ne dispone. La libertà di scegliere, come risulta utilizzata in questo caso “donna italiana”? Non la riguarda alla donna italiana che può scegliere?
    Certo, si può rispondere che lo risolva l’uomo. In ogni senso. Appunto….
    Spero di non essere andato fuori tema. Non era questa l’intenzione. L’ho seguita con grande interesse in India, per finire a constatare che le nostre fragilissime libertà convivono con l’India. Dietro l’angolo. E in questo modo, temo, però, non si sa mai quella che prevale. E fino a quando…anche per noi uomo. Anche se non pare.

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