Capitolo 4

Mercoledì – Ira

Anche questo, come tutti gli altri capitoli, è da intendersi rivolto sia agli uomini sia alle donne, con i dovuti adeguamenti del testo, che lascio a voi, perché io mi scoccio. N.d.A. (nota dell’autore)

Memori della grandiosa giornata di Martedì, dove Invidia ci è stata ottima complice, ci ha stimolato un grande appetito che Gola non ha tardato a saziare, e ci ha dato la carica per trascorrere una notte di fuoco tra le braccia di Lussuria, ecco che apriamo gli occhi al nuovo giorno: Mercoledì.

Non finiamo ancora di pensare alle gioie del giorno prima, che cerchiamo ancora a letto la mano della nostra metà. Oggi siamo quasi romantici. Sorpresa. Il letto è vuoto. Si è già alzata, pensiamo. Ci starà preparando la colazione. Questa notte l’abbiamo lasciata soddisfatta. Di conseguenza, ci tocca il premio (credici…). Sornioni, con l’aria del latin lover consumato, ci dirigiamo verso la cucina. Evitiamo accuratamente di guardare le bollette sul frigo (e si sono ancora lì), evitiamo di accendere la tv, evitiamo insomma di essere di cattivo umore.

Oggi è Mercoledì. Metà settimana è andata. Il week end fa capolino all’orizzonte. Molto all’orizzonte, ma ci basta. Perché cedere al cattivo umore? Il momento peggiore, in fondo, è passato. La cerchiamo in bagno. Non c’è. Guardiamo l’orologio. Sono le 8.00. Tardissimo. Finalmente notiamo un biglietto sul tavolo. “Sono uscita.” “…ma va, davvero?”,  come se avessimo potuto pensare che fosse stata rapita. Meglio prepararsi. Si è fatto tardi. Oggi si va in macchina. A piedi non conviene, piove ed è tardi. Sorpresa, anche le chiavi della nostra macchina sono sparite. Al loro posto un altro bigliettino. “…la mia è senza benzina, tanto tu vai a piedi…” Ci imponiamo la calma. Prenderemo un autobus. Peccato, se avessimo acceso la tv, avremmo saputo che erano in sciopero. L’otre inizia a riempirsi. Evitiamo che sia colma. Che saranno mai due passi sotto la pioggia. Peccato che il solito “…Bastardo!” di turno, ci schizzi l’unica pozzanghera che ci fosse nello spazio di 20 metri.

Non dobbiamo cedere alla crisi di nervi,  costi quel che costi: arrivati in ufficio, tutto andrà bene. Peccato che in ufficio nella notte fosse andata via la luce. Black out. Seguente corto circuito. Qualcuno aveva scollegato il gruppo di continuità del nostro computer. E quando dico del nostro, solo del nostro, che puntualmente dimentichiamo acceso. Noi non avevamo provveduto a fare il back-up. Dovevamo riscrivere totalmente la relazione che il capo aspettava per oggi. Siamo spacciati. No. Oggi è il mondo a essere cattivo. Noi dobbiamo mantenerci calmi. Un dubbio ci assale: “Ma dove sarà andata così presto?” “A fare la spesa? Dalla madre? Dall’amante…?” No. Evitiamo pensieri poco positivi. Testa bassa sulla tastiera, e lavorare. Mentre siamo lì a ticchettare sui tasti, il tizio del Bmw 320d blu notte non suo, inciampa e ci rovescia su di noi il suo dannato caffè macchiato. “… porc…!” Quanto a lungo resisteremo? Dobbiamo resistere per il tempo che resta. Ormai ci siamo. Domani sarà Giovedì, e poi sarà Venerdì. Possiamo ben dire che la settimana è già bella che finita. Non c’è nulla di cui dobbiamo lamentarci. Nulla. Niente ci potrà far innervosire. Durante la pausa pranzo, chiamiamo la nostra amata metà (per colpa sua sembra che ci siamo pisciati addosso!). O meglio, proviamo. Il telefono squilla, ma a vuoto. Una, due, tre volte. Camomilla, oggi. Niente caffè. “Chissà dove sarà finita.” Torniamo a lavoro. Riusciamo, grazie ad una capacità mnemonica che ignoravamo d’avere (l’Ira repressa, si sa, amplifica i sensi), a terminare la relazione giusto in tempo per andarla a consegnare al direttore. Il quale, ringraziandoci per la solerzia del nostro impegno, ci comunica che la relazione ormai è del tutto inutile, in quanto l’affare di cui tratta è sfumato durante il week-end precedente. Non stiamo neanche lì a chiedere come mai non fossimo stati avvisati. Sentiamo dentro di noi qualcosa. Eccola. Cresce. L’Ira funesta di omerica memoria è viva dentro di noi (motivo del pluralia maiestatis). Si sta nutrendo. Si muove. Camomilla? No, meglio un chewingum. Mastichiamo tanto nervosamente, che facciamo la bavetta agli angoli della bocca. Lanciamo occhiate di fuoco a chiunque ci viene a tiro. Dobbiamo riuscire a trattenerci. L’Ira è difficile da gestire quando dinanzi a te hai uno stuolo di colleghi che ti stanno sulle palle. Andiamo in bagno e ci sciacquiamo il viso. Il cellulare vibra. È un sms. “T ric ke stas è comply d ns nip Sn st ttt il g a prep addob C ved d my sor Purtr vorrei ven a prend ma sn a casa cn bebè xkè sister è and a prend  tort dl past” I 160 caratteri più angoscianti della mia vita! Ecco la traduzione in italiano corrente: “Ti ricordo che stasera è il compleanno del nostro nipotino. Io sono stata tutto il giorno a preparare gli addobbi. Ci vediamo da mia sorella. Purtroppo, vorrei venirti a prendere, ma sono a casa con il bimbo perché mia sorella è andata a prendere la torta dal pasticciere.” Che fare? Urliamo? Spacchiamo tutto? Ci vuole sangue freddo. Saranno bellissime le foto, avremo i pantaloni bagnati dal cavallo al ginocchio, la camicia bianca macchiata di caffè, e i nervi a fior di pelle.

Sono le 18.00 Dobbiamo attraversare la città. Meno male che c’è la metro. In questo momento capiamo cosa prova Hulk prima di trasformarsi. Scesi dalla metro, un tizio, con un forte strattone, tira via la borsa a una ragazza, si proprio a quella cui abbiamo tenuto gli occhi appiccicati addosso per tutto il viaggio. Che ottima occasione per scaricare la nostra Ira repressa. Come fosse un superpotere, ci lanciamo all’inseguimento del balordo. Il figlio del vento in quel momento ci avrebbe fatto un baffo. Neanche noi sappiamo come, ma ci ritroviamo addosso a quel povero malcapitato, che ha dato sfogo alla nostra Ira. L’ira funesta cantata del Pelide Io. Lo abbiamo catturato. Arrivano gli agenti che si trovavano alla fermata. Noi riconsegniamo la borsa alla ragazza. Lei ci abbraccia, ci copre di baci e ci sussurra all’orecchio “Mio eroe…” Ricomponiamoci. Calma. Non sveniamo. Lei prende un bigliettino ci appunta su un numero di telefono e porgendocelo ci dice “…adesso vado di fretta, ma chiamami quando vuoi, mi farebbe piacere prendere un caffè con te. Sono in debito.” Sarà il più bel credito da riscuotere che ci sia capitato dagli ultimi…, da tanti anni.

Arriviamo che la festa è già finita. Devastati. Sanguinolenti. Umidi e sporchi di sudiciume e di caffè. Niente però potrà toglierci quel sorriso soddisfatto, frutto della nostra Ira eroica. Neanche la nostra dolce metà, che in macchina, per tutto il tragitto fino a casa, ci chiede cosa ci sia successo e ci racconta di ciò che ci siamo persi. Già, ci siamo persi bimbi col moccio che cola, nonne, zie e prozie appiccicose, e soprattutto le foto di rito. Per quanto riguarda la torta, quella no. Ho provveduto da me a portarmene via una bella fetta. Gola mi ha detto che me la merito. E anche per oggi abbiamo peccato.

A.R.

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