prigioniere della cultura?

Essere donne non è facile, specialmente in certi Paesi.

Sia per lavoro che per motivi personali, mi capita spesso di leggere articoli che riguardano la condizione femminile ed inevitabilmente finisco per chiedermi: perchè le donne devono subire tutto questo?

Non è solo una questione femminile, intendiamoci, perchè per quanto mi riguarda, le ingiustizie non conoscono distinzione alcuna: non esiste né sesso, né religione, né orientamento sessuale o politico davanti ad una persona che vede violate le sue libertà e la sua dignità.
Ma talvolta mi ritrovo davanti a situazioni talmente inaspettate che non riesco a trovare un modo adeguato per spiegare il mio disagio.
Ho faticato molto per trovare un titolo a questo articolo, perchè niente riusciva a rendere l’idea del senso di ingiustizia che mi pervade davanti a certi fatti.

Mi domando cosa provino le donne Kayan, le dirette interessate, meglio conosciute al resto del mondo come le “donne giraffa”.

Contrariamente a quanto si pensa, i Kayan o Padaung non sono thailandesi, bensì sono un’etnia appartenente alla popolazione Karenni, una minoranza di origine tibetano-birmana.
A seguito degli scontri tra il governo e la popolazione, nel 1990 molte di queste tribù varcarono il confine, ma già nei primi anni ’80, alcuni gruppi di Kayan si erano trasferiti in Thailandia a causa della guerra civile scatenatasi tra i separatisti Karenni e l’esercito birmano.
Una volta giunti nel loro nuovo Paese, essi non vennero accolti come rifugiati e di conseguenza non vennero sistemati in un campo profughi, ma in una zona poco lontano: questo fece sì che i Kayan non potessero essere considerati dei rifugiati e che il loro status fosse relegato a quello di “una popolazione di collina che vive grazie al turismo”, così sostiene il governo thailandese.
E qui veniamo al punto cruciale della questione.
Il popolo Kayan non potrebbe abbandonare la Thailandia, perchè le loro donne costituiscono un’attrazione turistica che garantisce notevoli introiti.

Le “donne-giraffa” vengono chiamate così per il collo incredibilmente lungo (25/30cm), un effetto ottico che si ottiene come conseguenza degli innumerevoli anelli di ottone che indossano dall’età di 5 anni: a mano a mano che le bambine crescono, gli anelli vengono sostituiti con altri di dimensioni sempre maggiori, finchè la pressione non provoca uno slittamento della clavicola ed una compressione della gabbia toracica, dando l’impressione di un collo molto più lungo.
Questa tradizione è molto antica e nasce da una leggenda: pare che gli spiriti della tribù Karen per punire l’insolenza dei Padaung avessero aizzato le tigri della foresta contro le loro donne: davanti a questa strage delle loro compagne, i Padaung, seguendo i consigli dei saggi anziani, forgiarono degli anelli d’oro da far indossare al collo, alle braccia e alle caviglie per proteggere le donne dai morsi letali.
Negli anni a venire l’oro è stato sostituito con l’ottone, ma le antiche usanze sono rimaste sostanzialmente invariate: le donne possono decidere di non indossare gli anelli, ma nell’antichità esse venivano considerate donne prive di moralità; durante la cerimonia di iniziazione che prevede canti e balli, vengono applicate delle spirali di ottone alle braccia, alle caviglie ed un collare di tre chili: ogni due anni viene aggiunto un nuovo anello.
Considerato il peso che le donne sono costrette a portare e la conseguente costrizione del collo, è necessario fare dei massaggi alle gambe e alle braccia durante il giorno per favorire la circolazione sanguigna; ovviamente questo non è l’unico inconveniente, perchè la sudorazione, dovuta al clima tropicale, comporta spesso la nascita di infezioni e tumefazioni e durante i giorni di sole cocente è necessario arrotolare un asciugamano attorno agli anelli per evitare che l’ottone si arroventi.

Inutile dire come la fama di queste donne abbia varcato i confini dell’Asia attirando turisti da tutto il mondo.
Nel 2005 la portavoce delle Nazioni Unite, Kitty McKinsey ha accusato la Thailandia di aver creato uno “zoo umano”.
Nella zona dove sono rifugiati i Kayan, i turisti possono accedere sborsando una tassa pari a 250 baht (poco meno di 6 euro circa) e la sopravvivenza di questo popolo è legata alla percentuale del biglietto d’ingresso, unica fonte di reddito in quanto non gli è possibile lavorare all’esterno.
Da molto tempo, un gruppo di persone di questa etnia è stato dichiarato idoneo a poter lasciare il Paese e nazioni quali la Nuova Zelanda e la Finlandia si sono dette disponibili ad ospitare i rifugiati, ma il governo thailandese continua ad addurre difficoltà burocratiche.
In alcune zone, per esempio in quella di Mae Hong Son, le donne Kayan vengono pagate circa 1500 baht al mese per amministrare negozi di souvenir (solo una piccola parte della cifra rimane nelle loro tasche), ma molte non sono disposte a lasciarsi comprare.

L’emblema della ribellione delle donne Kayan è una ragazza di nome Zember, “idonea” a lasciare il Paese e pronta per raggiungere la Nuova Zelanda, ma prigioniera del sistema burocratico thailandese; la ragazza, in segno di rivolta, ha deciso di togliere gli anelli: “Quando ero giovane volevo indossarli e mantenere la tradizione, ma li ho tolti così mi lasceranno andare. Quando sto qui nel villaggio, loro fanno soldi con i turisti e non mi piace”.

Per tutelare la cultura Kayan, il governo thailandese è disposto a creare un centro turistico, a costruire case fuori dal loro controllo diretto e a concedere la cittadinanza qualora volessero ottenerla.

Non tutti i Padaung sono contrari a questa vita che gli garantisce comunque un minimo di possibilità di sopravvivenza, ma quanto è grande il prezzo che queste donne devono pagare, prigioniere come sono della loro stessa cultura?

Saluti dal mondo.

L.F.

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