Come sopravvivere alla Tristezza dell’Era Contemporanea

Manuale del perfetto peccatore

Capitolo 1

“La tua Invidia è la mia fortuna”. Questo messaggio-talismano l’avevo letto altre mille volte. Spesso si trovava non da solo ma seguito dall’auspicio di lunga vita “Invidioso crepa”, o perché no dal necrologio all’arte del saper vivere “Chi di speranza campa, disperato muore”.  Contrapposto abilmente a “La speranza è l’ultima a morire”, oltre che accompagnato dal mio preferito “Mio nonno pensando ai fatti suoi campò cent’anni” (quest’ultimo solitamente più aggressivo – e voi sapete a cosa alludo – ma io, per questioni di etichetta, lo ricordo con toni più sobri). La lista di questi pragmatici suggerimenti utili a una serena vita, è lunga, e non sto certo qui a elencarveli tutti. È talmente lunga che mi ha sfiorato il pensiero (onestamente sono convinto sia così), che da qualche parte in questo Mondo, esista un buontempone il quale non ha altra occupazione che quella di inventare questi motti, infondendo con essi consigli per un quieto vivere, e con la cadenza di uno al dì. Ovviamente ci sarà una scuola, o un’istituzione, o qualcosa di simile che tramanda questa missione nei secoli. I detti sono vecchi quanto l’uomo. Pensate ad Adamo ed Eva. Per loro già valeva “ Una mela al giorno, toglie l‘Eden di torno”. Li chiamano proverbi, qualcuno ci ha ricamato attorno delle parabole. Altri li hanno resi pubblici definendoli massime, aforismi. Il resto di noi, quelli che al massimo riusciamo a mandarne a memoria qualcuno, li tiriamo fuori in occasioni adatte (anche no). Quasi buttati lì, incidentali, esplicativi di sentimenti e stati d’animo, di desideri e volontà, forieri di saggi consigli o ammonimenti alle giovani generazioni. Certamente, ciascuno di noi in questo momento starà passando in rassegna i propri. Quelli che si è sentito ripetere per tutta la vita, e che magari a sua volta ripete e dispensa. In fondo male non fa. Io ricorro spesso a queste locuzioni, a questi distillati di saggezza. Del resto funzionano.

Ad esempio, ogni mattino, camminando verso il mio ufficio, era per me obbligo leggere quella frase sull’Invidia, si quella “La tua invidia è la mia fortuna”, ben stilizzata sul retro della cabina verde dell’apecar di un venditore ambulante, noto a tutti come signor Ignazio (per i clienti abituali, più semplicemente Gnazio – credo per risparmiare). Buon uomo (ho sempre preferito pensare che fosse buono, poiché, con le manone che si ritrovava, di certo non sarebbe stato raccomandabile da cattivo), che con qualsiasi tempo, e qualsiasi governo era sempre lì, ad eccezione dei canonici quindici giorni di ferie agostane. A memoria ricordo che solo una volta mancò per una settimana l’apecar di Gnazio. Fu come se avessero privato la via di un monumento. Si vociferò, subito dopo, che avesse vinto diecimila euro a una lotteria e fosse stato in vacanza, addirittura, dicevano, alle Seychelles. Ignazio era sì un commerciante ambulante, ma in realtà stanziava fisso nello stesso punto del quartiere da ormai quindici anni. Nel suo negozio mobile vendeva solo frutta e verdura rigorosamente di stagione. Egli era solito ricordare ai quattro angoli della strada, dando sfogo al suo vocione affabile, che da lui tutto fosse speciale. Quasi la chiamava per nome la sua merce. Era fiero delle sue pesche, dei suoi meloni, dei suoi peperoni e di quant’altro gli orti riuscissero a produrre, e lui a sistemare, con la dignità di una rinomata gioielleria, sulla sua piccola apecar, che sembrava quasi soccombere al gran carico. I suoi modi e la sua presenza scenica (certe volte mi ricordavano uno di quei tenori che interpretano Figaro) lo avevano reso molto apprezzato dalle massaie del quartiere, e noto anche a molti che giungevano da varie parti della città proprio per la sua frutta.

Io ero convinto, alla luce di ciò, che quella scritta fiammeggiante, esattamente sopra l’esposizione della sua merce, fosse lì come messaggio quanto non celato, che tanto meno subliminale, diretto ai suoi detrattori. Primi tra tutti i suoi colleghi, che ovviamente non erano felici che lui fosse riuscito ad ammaliare la crème delle casalinghe del posto. Per loro fu un dramma sapere che Ignazio fosse stato alle Seychelles. Qualcuno vestì a lutto per una settimana. Per non parlare, dei residenti nei piani bassi delle palazzine, che si affacciavano nel tratto di strada dove lui aveva stabilito la sua sede di lavoro, i quali non erano sempre felici delle sue calorose urla d’incitazione all’acquisto, dei suoi fragorosi spot pubblicitari di strada. Quindici anni non erano bastati a far scemare le tensioni tra lui e gli altri commercianti di frutta e verdura della zona, e tantomeno a sancire una tregua tra lui e i condomini meno affascinati dal suo pittoresco fare. Del resto, lui li sfidava elogiando a gran voce ai quattro venti le virtù della sua mercanzia. Diceva che le aveva più grosse delle patate, le ciliegie. E in estate ricordava di farsela mettere nel ghiaccio, l’anguria. Gnazio non si curava per niente della concorrenza, anzi ripeteva “La tua invidia è la mia fortuna”, e tra i denti ogni tanto si lasciava scappare persino un “Invidioso crepa!”. Svariati di foggia e numero erano i corni e i fiocchi rossi che teneva appesi al suo negozio semovente. Guai, però, a dargli del superstizioso. Si sarebbe candidamente giustificato, addebitando tutto a sciocche usanze che gli aveva tramandato il nonno, anche lui ambulante, e che in memoria del caro estinto, continuava a osservare. Nessuno aveva mai creduto a questa storia, anche se lui a forza di ripeterla apparisse veramente convincente, quasi come un attore che in vita sua non ha recitato altro che Romeo e Giulietta, e ormai si crede Romeo in persona.  Io non me ne curavo, convinto com’ero che superstizione fosse un super parente di super eroe (battuta misera, lo so), e quindi non m’interessavo più di tanto del perché avesse tutti quei ciondoli. Piuttosto, ero affascinato da quella scritta. Mi ricordava, frugando tra le lontane memorie del catechismo salesiano, che l’Invidia è uno dei Vizi capitali, e che come tutti gli altri, anche questo conduce a conseguenze, oserei dire, nefaste. Ovviamente, tutto ciò faceva nascere in me una smorfia, che non era tanto una risata, ma più un ghigno sarcastico, seraficamente stampato sul mio faccione ancora sgualcito da chissà quale vizio capitale perpetrato la notte prima. Ogni mattina questo era il pensiero che riattivava il mio cervello. Quasi un mantra. Mi struggevo nel pensarci. Era difficile, oserei dire che per me fosse impossibile, capire come Invidia, e le sue Sorelle, Ira, Accidia, Lussuria, Superbia, Avarizia e Gola, potessero essere quanto di più terribile ci fosse. Scoprii che nel Medioevo quest’elenco fu addirittura allargato alla Tristezza, poi declassata al rango di attitudine poco felice. Su quest’ultima, però, mi trovo d’accordo. La vita è breve, quindi non credo si possa perdere tempo e distoglierlo ai Vizi più importanti. Del resto, credo sia realmente peccaminoso e ipocondriaco ripetere ossessivamente che la vita non da soddisfazione. L’adagio anche qui mi viene in aiuto (come sempre). “Vuoi stare bene, lamentati”, per poi smentirsi e dire “Sorridi, e la vita ti sorride”. Questo si che per me è peccato. Commiserarsi e rabbuiarsi ad ogni difficoltà reale o virtuale. In ogni caso, qualora fosse così, l’elenco sarebbe di certo incompleto. A mio modesto parere, è un vizio capitale anche mettere dei calzini corti con il pantalone elegante, o non abbinare nei colori la cintura alle scarpe, indossare quadri e righe assieme. Già, si dovrebbe aggiungere il peccato di sciatteria ma credo che nessuno lo abbia mai pensato. Peccato.

Ad ogni modo, riconosco che non si possa dire che i Sette (otto) Vizi capitali siano delle Virtù (di certo non lo è la sciatteria) per le quali esiste una letteratura dedicata. Accetto anche, che non siano cose di cui andare fiero. Confesso, d’altronde, che definirle come mali di cui poterne morire, o addirittura patirne imperiture sofferenze nell’aldilà (come se l’aldiquà non fosse sufficientemente doloroso), mi è da sempre apparso come un’esagerazione. In fondo, ad esempio, peccare di Lussuria (vero male del secolo, dal mio punto di vista male in senso lato, ovviamente) con le dovute, necessarie, e ai giorni d’oggi, ovvie precauzioni, che danni potrebbe arrecare a noi e alla società tutta? Dico, se non da origine a progenie non desiderate, a trasmissioni virali letali o più semplicemente, come si può dire, urticanti. Se non scombina ménage familiari, che in ogni caso compromessi già lo sono di loro (altrimenti perché tradire?), ricorrendo al giusto mix di zelo e prudenza, virtù cardinali (e qui scatta il parallelismo) di ogni bravo amante. Se non lede, almeno in maniera clamorosa, il comune senso del pudore (è sconsigliato cedere alla Lussuria in luoghi pubblici, quali: metrò, panchine dei parchi, toilette dei bar – no questa no, fidatevi è entusiasmante). Perché deve essere corsia preferenziale alla strada della perdizione? Questa e tutte le mie altre certezze, già per me incrollabili, erano avvalorate dal mondo in cui viviamo, dove ben più gravi sono i peccati di cui l’uomo si macchia, e i torti che ognuno di noi fa a gara a ricambiarsi. Una precisa mattina, di un qualsiasi giorno di Settembre, di un certo anno, quella frase per me ebbe un senso, iniziò a significare qualcosa di concreto. Qualcosa dentro di me si mosse. Fui come illuminato. Mi resi conto che ero dedito alla perpetrazione compulsiva dei Sette Vizi (l’ottavo per me non era degno di nota), e che non ne ero per nulla disturbato, pentito. Diagnosticai a me stesso la mia malattia. Ero portatore sano di tutti i Vizi. Osservai, passando in rassegna la mia settimana tipo, che dedicavo di certo almeno un giorno a una delle peccaminose Sette Sorelle. In realtà, riuscivo anche a commettere più peccati capitali nella stessa giornata. In fondo si sa, a chiunque piace farlo con più di una contemporaneamente. Ci vuole solo il fisico, e molto allenamento. Un solo consiglio: non fumate, non drogatevi e non bevete o, se proprio dovete, cercate di farlo con moderazione. Potrebbe procurarvi disturbi e disfunzioni ormonali. Perché redimersi volontariamente da un Vizio che nessuno ha mai dimostrato essere lesivo? Ovviamente, la cosa mi fece anche notare che in ogni individuo albergano i geni dei Vizi. Inoltre se io ero a mio giudizio portatore sano, ci sarà stato qualcuno malato in maniera conclamata, qualcun altro addirittura cronico, e anche chi allo stadio finale! Decisi così di studiare i miei comportamenti e stabilire quanto del mio tempo trascorrevo in compagnia delle Sette Sorelle. Non c’era di certo alcuno scopo scientifico. Non avevo mica intenzione di pubblicare la mia ricerca su alcuna rivista. Ero semplicemente curioso di veder e toccare come se fossero vere le mie amanti viziose.

segue

ho voluto regalarvi questo primo capitolo, con la volontà di pubblicare anche i successivi, perché la letteratura è condivisione, a tutti i livelli. 

A.R.

Advertisements

3 pensieri su “Come sopravvivere alla Tristezza dell’Era Contemporanea

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: