nessun uomo è un’isola

Leggere, leggere, leggere!

Mi è stato detto di leggere e interessarmi a quante piu’ cose possibili per ampliare i miei orizzonti, per avere argomentazioni e potermi confrontare con il mondo: nulla di piu’ vero.

Colgo perciò l’occasione, che questo blog mi offre, per riportare uno dei principi alla base della psicologia gestaltista che mi ha da subito colpita:

L’insieme è più della somma delle sue parti.

Con questo pensiero i fondatori della psicologia della Gestalt ( Kurt KoffkaWolfgang Köhler e Max Wertheimer) si sono opposti al modello strutturalista avente tra i suoi principi fondamentali l’elementarismo.

Ma la frase che stamattina mi risuona in testa è: fatti non pugnette!

Perciò proverò ad estrapolare tale concetto, che si riferisce alla percezione del mondo fenomenico,  riportandolo ad una realtà a me molto vicina (e credo un po’ a tutti).

La vita di ogni essere umano è caratterizzata dalla sua appartenenza ad un gruppo che si forma e trasforma in maniera continua.

Ogni gruppo ha le sue norme, che siano esse esplicite o meno, da rispettare; i membri di un gruppo si influenzano vicendevolmente, in base ai ruoli di ciascuno; è importante che si sviluppi un senso di interdipendenza reciproca per portare a termine gli scopi prefissati.

Il primo gruppo che ci forma e ci permette di crescere è la famiglia: volente o nolente, influenzerà gran parte della nostra vita, pur avendo come obiettivo principale il miglioramento dell’individuo, non sempre sarà così.

Contemporaneamente la nostra vita è caratterizzata da altri piccoli gruppi quali il gruppo dei pari, a scuola o in altri ambienti, dove per un periodo lungo instauriamo dei rapporti intimi che indubbiamente incideranno sul nostro modo di essere

Del resto  è scientificamente provata la necessaria appartenenza ad un gruppo, un’appartenenza sociale, secondo la selezione naturale, che è di gran lunga da preferire all’isolamento.

Esistono forme di solitudine ricercate e potenzialmente funzionali, ma è bene ricordare che nessun uomo è un’isola! [John Donne]

Crescendo acquisiamo inevitabilmente questa consapevolezza, tanto da voler a tutti i costi sentirci parte di qualcosa. Ci ritroviamo a far parte di gruppi secondari, composti da persone che interagiscono per un periodo di tempo limitato e in maniera piu’ o meno impersonale.  Un esempio tipico sono i gruppi di lavoro, in cui i membri si conoscono molto spesso solo in relazione ai ruoli che svolgono, tralasciando i particolari della vita privata, aventi tutti uno scopo comune tra le mansioni svolte.

Esistono molti altri tipi di gruppi, ma il quesito che mi pongo oggi riguarda il gruppo di lavoro in senso lato.

Quali sono i presupposti affinchè un gruppo funzioni?

E’ importante principalmente avere degli obiettivi comuni affinchè insieme si possa andare tutti nella stessa direzione, dal momento che come spesso accade non possiamo scegliere con chi lavorare.

Un ruolo fondamentale è giocato dalla capacità di adattamento, impariamo a vedere e accettare gli altri per come sono, senza prevaricare: l’unione fa la forza.

Per quanto riguarda la leadership mi domando:

E’ necessaria la presenza di un ‘capo’ per un buon funzionamento di un gruppo?

La mia risposta è si’!

E non semplicemente perchè alcuni preferiscono  lasciare gestire il gioco agli altri e occuparsi solo di determinati aspetti, ma perchè mi rendo conto di quanto sia importante la presenza di qualcuno che guidi gli altri nei momenti di stasi, di indecisione e che trasformi in mutua e reciproca collaborazione i possibili contrasti all’interno del gruppo.

Vari studi hanno dimostrato l’importanza di una leadership circolante che si basa sulla qualità del lavoro, meno sulla quantità, immaginando che il leader si trova in una posizione centrale e i membri ruotino intorno a lui, favorendo lo scambio tra il leader e ciascun membro.

Per un miglior funzionamento del gruppo, visto nella totalità dei suoi membri, è importante che il leader abbia un dialogo aperto con ciascuno di essi e motivi le sue scelte al fine di non imporle ma di concordarle, per quel che può.

Ma cosa succede se la leadership è troppo libera o al contrario autoritaria?

Nel primo caso alla prima difficoltà, il gruppo si sentirà smarrito e ci sarà qualche membro che cercherà, per mancanza di indicazioni o per necessità, di ricoprire un ruolo che non gli spetta pur di portare avanti il lavoro.

Nel secondo caso, ogni membro svolgerà i suoi compiti solo perchè deve farlo, con il minimo entusiasmo, ottenendo comunque dei risultati.

E’ bene dunque decidere prima in che condizioni voler lavorare in modo da potersi adattare a qualsiasi tipo di contesto, la discontinuità di un leader porta inevitabilmente ad una confusione generale del gruppo.

A prescindere da tutto ciò: in medio stat virtus.

A.F.

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