la barca rovesciata


– Sono stanco Mustafà, non riesco nemmeno a parlare – e si accasciò sulla sabbia febbricitante.

No, non puoi restare qui Kemal, alzati ti scongiuro, potrebbero vederci, appoggiati a me.

No, non ce la faccio, lasciami qui, tu corri, corri lontano.
Kemal svenne.
Mustafà raccolse l’amico, scottava, sapeva che con lui in braccio non poteva andare lontano, ma doveva metterlo al riparo.
Brutte sensazioni cominciavano a muoversi ed intrecciarsi nella sua mente: come un ragno la paura  tesseva la sua rete

Camminava pesantemente sprofondando i suoi passi nella sabbia morbida, Mustafà inciampò in qualcosa di duro e spigoloso, sentiva scorrere il sangue caldo sulla pelle, appoggiò Kemal nella sabbia ed imprecò contro il cielo, che non aveva messo la luna quella sera ad illuminargli la strada.
Non riusciva più a sollevare Kemal, il dolore e la paura lo stavano paralizzando.
Cominciò a toccare la sabbia intorno a lui e capì che si trovava di fronte ad una barca rovesciata : riuscì ad alzarla e a trascinarvi dentro l’amico: aveva solo un pensiero in testa, gli occhi dei suoi figli, doveva scappare per loro.
Ribaltò la barca e andò via senza più girarsi.

”attagghiu n’artareddu ppi la via

c’è nu barcuni chiusu e abbannunatu

sira ppi sira versu Avi Maria

iu lu va trovu e mi ci mettu a latu”  [Maruzzedda-Salvatore Di Pietro]

canticchiava Angelo, seduto su una barca a gambe penzoloni, guardando il sole sorgere dietro l’isola.

Dune di sabbia bianca finissima, mille pagliuzze dorate saltavano come pesci danzanti nell’acqua azzurra .

Strani ed impercettibili lamenti catturarono la sua attenzione, abituata a sentire solo il vento giocare con le sue orecchie. Restò immobile per qualche minuto e si alzò.

Con forza sollevò la barca, Kemal stordito lo guardava in silenzio.

-E tu che ci fai qua sotto?

Kemal rimase in silenzio.

Angelo capì immediatamente, era abituato a vedere i barconi con tante mani agitarsi nelle vicinanze dell‘isola delle Correnti e del suo faro abbandonato.
Era un uomo buono, viveva in paese con la madre, aiutava i pescatori a tirare le reti e faceva altri piccoli lavoretti per arrotondare.

Nel frattempo il compare stava rientrando.

– Angelooo, oggi poca robba, stanotte ci fu troppu movimentu, a capitaneria girau tutta a costa , mi dissinu che na pocu di poveri disgraziati annianu a mari stanotti. Ma Chissu cu è?

Non lo so, era qua sotto!

E ora cam’a fari? 

-Non ti preoccupare Turi, lo porto a casa mia.

Pigghiati stu pisci, ciù fai a broru.

-Va bene cumpari, ci vediamo domani. 

Andiamo alzati, dobbiamo fare in fretta.

Mustafà riuscì ad arrivare nelle campagne pachinesi, sapeva di poter contare su suo fratello Yasar, arrivato in Sicilia qualche anno prima.

Yasar lavorava nei tunnel coltivati a ciliegino: piccoli pomodori dolci e succosi. Viveva in una baracca vicino alle serre.

Chiedendo ad altri connazionali riuscì a trovarlo.

Kemal ricevette le cure necessarie dalla Signora Tina, madre di Angelo, e nascosto dentro un camion di olive partì per Catania.

Fu lasciato sotto gli Archi della Marina.

Kemal aveva solo 15 anni, due grandi occhi nocciola e uno sguardo intenso, uno zaino sulle spalle con cibo, acqua e alcuni vestiti dismessi da Angelo.

Era solo.

Dormiva insieme ad alcuni barboni, alla stazione, e la sera i volontari non si risparmiavano in coperte e a volte anche in cibo.

Agli angoli della strada, con la sua bottiglietta di plastica lavava  vetri, non diceva nulla, si avvicinava e aspettava.

Una giovane donna dentro una macchina bianca lo fissò dritto negli occhi e rivolgendosi al marito disse:

– Guardalo Antonio, se ci fermassimo un attimo a guardarli negli occhi e a capire che sono nostri fratelli, se solo per un attimo riuscissimo a superare il colore della pelle, e capire quante storie dolorose si nascondono dietro quegli occhi. Il sorriso potrebbe contagiarci , l’indifferenza genera  prepotenza.

– Maria, non ti rendi conto, ce n’è uno ad ogni angolo .

La macchina ripartì veloce al verde.

Quel giorno, al solito angolo, rivide Mustafà camminargli vicino.

– Kemal, amico, come stai?

Kemal lo guardò, lo abbracciò in silenzio e sorrise.

-Lavo vetri, Mustafà!

C.M.

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