le scarpette a pois

Atina, atina gridava Sara aggrappata alla sua culla, aspettandolo rientrare in piena notte, come ogni notte.

Aveva solo venti mesi, cicciottella, allegra, pronunciava soltanto quella parola: atina.

In punta di piedi se ne stava lì scodinzolante, come un cagnolino, udendo un rumore di chiavi cigolare nella vecchia serratura della porta.
La madre contava le mandate: il cuore ricominciava a batterle nel petto.

L’uomo ombra arrivava con i sacchi della spesa, li appoggiava al tavolo, uno sguardo veloce alla culla, le patatine come dono per le proprie mancanze, qualche ora di passione con la donna e .di nuovo, richiudeva alle sue spalle la porta.
Come ogni notte la madre piangeva in una sedia non sapendo se lo avrebbe, ancora, rivisto.
Meccanicamente tutto questo si era ripetuto, per anni, fino a quando l’uomo ombra decise di avere un volto e di restare in quella casa.
Sara cresceva nell’incertezza di un padre e nella sofferenza di una madre, in una piccola casa di via Della Fornace 18.
Vai Sara non avere paura questa è la tua classe, con gli occhi di chi non vuole restare, si sedeva all’ultimo banco salutando la madre che abbozzava il solito sorriso .
Le giornate di Sara iniziavano e finivano dentro quella scuola-bunker a parlare al vento e ai suoi amici immaginari.
Silenziosamente passava le ore dopo la fine delle lezioni ad esplorare quel mondo che per alcuni anni diventò la sua casa.
Si ritrovava in sterpaglie a rincorrere lucertole, a giocare con le formiche, riuscendo a passare da un piccolo strappo della rete metallica, che separava la scuola dalla villa privata confinante.
La madre arrivava, alle venti,dopo una lunga giornata passata in un panificio di Corso Umberto.
Qualche parola scambiata e di nuovo alle otto del mattino si ritrovava davanti l’entrata della scuola.
Quel giorno però qualcosa cambiò nella dinamica abitudinaria: un uomo e una donna la guardavano sorridendo e la invitavano a seguirli.

La sua mamma le aveva bisbigliato in maniera confusionaria che il suo papà vero sarebbe venuto a prenderla e che avrebbe passato qualche ora con lei..
Non aveva mai visto quell’uomo:

vieni Sara, questa è mia sorella Francesca, ti porto a casa nostra.
Sara teneva gli occhi bassi, fissava i pois delle sue scarpette, un rumore improvviso la scosse: erano arrivati a casa e il cancello automatico si stava aprendo.
Papa , papà! Un bambino arrivava correndo, Sara scese dalla macchina.
Sara, questo è Roberto tuo fratello!
Troppe emozioni, troppe e tutte insieme…

Sara si sentiva stordita non riusciva a capire più nulla, la mamma non era stata chiara, molto spesso le capitava di non starla più a sentire.
Non riusciva più ad ascoltarla: diceva sempre le stesse cose, si lamentava continuamente ed ogni giorno mugolava una malattia diversa.
Come era credibile? Aveva un fratello, lei che si era sentita sola da tutta una vita, era possibile che l’unica cosa che avrebbe voluto ascoltare, sua madre l’aveva dimenticata o forse non l’aveva sentita?

Per quale motivo? No, non è possibile!
Ripeteva tra sé e sé.

Sara cominciò a correre, corse sempre più veloce, senza voltarsi, voleva solo allontanarsi da quel posto ed alla svelta. Il cancello era ancora aperto, saltò la staccionata imbattendosi in una stradina, superò tutte le case e si ritrovò da sola. Questa condizione le era familiare, non aveva paura, riprese fiato, si distese per terra e comincio a guardare le nuvole giocare a rincorrersi.

Sentì una voce lontana e una mano che la scuoteva dolcemente:

Svegliati, svegliati Sara! E’ ora di andare a scuola!

C.M.

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