la guerra ai tempi di Facebook

uno spettacolo orripilante.

Tutto ebbe inizio con la tortura e lo sterminio della lingua italiana: locuzioni improbabili, accenti e apostrofi in eccesso o in difetto (e in ogni caso mai al posto giusto), abbreviazioni degne di una generazione figlia del t9; poi è toccato a scrittori, filosofi e poeti che alla stessa stregua di cantanti sono stati ridotti a produttori di link a effetto. Ormai le notizie vengono diffuse prima e ad un pubblico più vasto grazie al social network che ha in pochissimo tempo raggiunto un successo e un potere che forse il creatore neanche da lontano immaginava, si apprendono di morti importanti, si ironizza sulle vicende private dei politici, sui coming out dei personaggi famosi, si mette alla berlina chiunque: del resto un social network non è certo un aula di facoltà, una sede istituzionale o una chiesa.

Ognuno dice la sua, c’è chi dice cose sensate ricevendo approvazione, e chi dice cose insensate ricevendone ancora di più: l’importante del resto è avere il pubblico giusto.

Un autocelebrazione di se stessi in cui spesso ci si reinventa, si diventa capaci di affermare cose, di difendere cause.solo per fare un esempio:su Facebook siamo tutti solidali e antirazzisti, immagino questi paladini della giustizia fermi al semaforo scagliare improperi contro l’immigrato di turno che vuol lavar loro il parabrezza e anatemi contro il vicino di auto che invece si è fermato a dargli qualche spicciolo, rallentando così di 0,99 millesimi di secondo il ritmo frenetico delle loro irreprensibili vite, degli stessi che condividono il link con l’immagine del bambino mulatto affermando che è davvero bellissimo.

Fondamentalmente si ha un opinione su tutto, anche su ciò che non si conosce, si va avanti per stereotipi, si segue la voce dei più forti in termini di numero di amicizie e di rumorosità virtuale, e giù di link contro questo o quello, o a favore di questo e quello.
Provate a chiedere a chi in questi giorni promuove il si nel referendum abrogativo sul nucleare, cosa eventualmente si otterrebbe con il si: state certi che il 50% vi direbbe che si dirà si al nucleare in Italia e l’altro 50% vi direbbe che si dirà di no.

E cosi prevedibilmente è toccato in questi giorni anche alla crisi in Libia, da quando la notizia dell’entrata in guerra delle potenze occidentali ha fatto il giro del mondo ( si perchè nessuno se ne occupava quando invece il popolo tentava di liberarsi da solo dal tiranno, quando forse aveva più bisogno di solidarietà) ecco che accanto alle canzoni d’amore, e ai link consapevolmente privi di senso appaiono i primi ‘tormentoni bellici’:

“E poi bho…Un kebabbaro ci dichiara guerra.” (quanta ignoranza e razzismo in una frasetta apparentemente simpatica e senza pretese) “Gheddafi usa scudi umani? Mandiamogli sardi siculi e napoletani” (anche qui si usa pretestuosamente la guerra in Libia per rimarcare lo stupido odio, tra l’altro a due giorni dai festeggiamenti per l’unità d’Italia, tra nord e sud)
“Vorrei avere il numero di telefono di Gheddafi per potergli chiedere di non attaccare la base militare di Sigonella, ma di avere obiettivi civili e di colpire solo il centro di Catania il venerdi e sabato sera…” (davvero? e se una bomba poi esplodesse proprio sotto al tuo deretano o sotto quello del tuo migliore amico, telefoneresti a Obama per vendicarti?)

E potrei continuare ancora ma preferisco fermarvi e invitarvi a riflettere su come, troppo spesso, si riesce a ridurre qualcosa di per sè utile e interessante ad un triste rifiuto organico umano.

Noblesse oblige

G.G.

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